Pubblicato il 8 Luglio 2016

La vera storia del cancro di Steve Jobs

Quando si cerca di denigrare certe terapie alternative per il cancro, specialmente quelle basate su un radicale cambio di alimentazione, viene spesso citata la storia di Steve Jobs. Il mago della Apple, secondo una leggenda abilmente propalata da certi sacrestani della scienza, una volta scoperto un cancro al pancreas avrebbe rifiutato i trattamenti "ortodossi" (chemio, radio e chirurgia) per affidarsi a una non meglio specificata dieta vegana o fruttariana, a seconda delle fonti e delle versioni. Questo errore clamoroso di prospettiva sarebbe stata la causa della sua morte.

Ora immaginare che il povero mr. Apple fosse un credulone privo di discernimento e carente di adeguate informazioni sia davvero piuttosto arduo. Ed infatti, analizzando la cronologia della sua malattia, si scoprono cose completamente diverse. Facendo una veloce ricerca in rete si può trovare che:

OTTOBRE 2003: A Steve Jobs viene diagnosticata una rara forma di cancro al pancreas e - secondo quanto riportato da Fortune - per evitare un'operazione inizia a cambiare la propria dieta, ma nove mesi dopo si sottopone ad un intervento chirurgico (duodenocefalopancreatectomia).

In realtà, come riporta qui un giornalista serio, Massimo Mantellini (1):

«Steve Jobs non aveva un “normale ” tumore al pancreas. Quello che gli è stato diagnosticato nel 2003 non era un adenocarcinoma ma un tumore (assai più raro) delle cellule neuroendocrine pancreatiche. Nel pancreas su 100 tumori 95 sono tumori molto maligni (adenocarcinomi) nel 5% dei casi sono tumori di questo tipo (insulinomi, vipomi, gastrinomi ecc). Capita che simili neoplasie siano seguite nel tempo proprio in virtù della loro modesta aggressività e posso capire che Jobs abbia scelto di non operarsi subito. A quanto sembra ad una successiva TC di controllo la massa era cresciuta e il paziente, vegano o no, è andato “correttamente” all’intervento chirurgico».

Ed infatti il 1 AGOSTO 2004 Jobs esce allo scoperto e comunica, per la prima volta, di essersi sottoposto con successo a un intervento chirurgico per la rimozione del cancro. L'operazione ha rimosso il tumore in tempo e Jobs ha detto di non aver avuto bisogno di chemioterapia o radiazioni. durante la sua assenza Tim Cook aveva assunto la guida della società.

12 GIUGNO 2005: In un discorso alla Stanford University, Jobs parla della sua lotta al cancro e racconta che i medici gli avevano dato non più di sei mesi di vita. Il cancro si era poi rivelato di una forma «curabile» con un'operazione e «di stare bene di nuovo».

Tre anni dopo, il 23 LUGLIO 2008 Il New York Times riporta che Jobs ha comunicato al consiglio di amministrazione di Apple di essersi liberato del cancro. Secondo il NYT Jobs si era sottoposto a un intervento che lo aveva fatto dimagrire.

9 SETTEMBRE 2008: Jobs, lanciando il nuovo iPod, appare magro ma ironico: presentando il lettore scherza sulla sua salute. «I report sulla mia morte sono esagerati».

3 OTTOBRE 2008: Voci su un infarto di Jobs fanno scendere il titolo del 5,4%. Apple smentisce seccamente e le azioni Apple risalgono. Jobs scherza sulle indiscrezioni sul suo infarto e, lanciando un notebook, fornisce al pubblico la sua pressione sanguigna.

16 DICEMBRE 2008: Apple annuncia che Jobs non partecipa alla MacWorld Conference. E l'annuncio riporta alla ribalta le indiscrezioni sulla sua salute.

GENNAIO 2009: Jobs in una lettera aperta comunica di accusare uno squilibrio ormonale che gli fa perdere peso. Jobs si prende un congedo per malattia e cede a Cook le attività day by day di Apple fino a giugno perché i suoi problemi di salute si sono rivelati più seri del previsto.

20 GIUGNO 2009: Il Wall Street Journal riporta che Jobs si è sottoposto a un trapianto di fegato a Memphis, nel tentativo di conservare la funzione dell’organo dopo che il cancro si era diffuso oltre il pancreas. Il trapianto lo ha obbligato anche a una terapia anti-rigetto di soppressione immunitaria, che ha un notevole impatto sull’organismo.

30 GIUGNO 2009: Jobs ritorna al lavoro.

17 GENNAIO 2011: Jobs si prende un altro congedo per malattia. Cook assumere le attività day by day.

24 AGOSTO 2011: Jobs di dimette da amministratore delegato di Apple.

5 OTTOBRE 2011, Steve Jobs muore a 56 anni, a causa di una recrudescenza del carcinoma con conseguente arresto respiratorio.

Ecco, a voler essere sarcastici, se davvero Jobs ha curato con la dieta il suo terribile cancro al pancreas ed è vissuto ben otto anni dalla diagnosi si dovrebbe parlare di un successo straordinario (2). La realtà, come sempre, è piuttosto diversa da quello che vi hanno raccontato.

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(1 ) http://www.ilpost.it/massimomantellini/2011/10/10/la-malattia-di-steve-jobs/
(2) nel 2006 solo in Italia 10.206 casi di tumore del pancreas, con 9277 decessi (dati del reparto di epidemiologia dei tumori Istituto Superiore di Sanità: www.iss.it ). Purtroppo, al momento della diagnosi, l'80 per cento dei pazienti non sono più operabili, a causa della presenza di metastasi a distanza o dell'invasione di organi contigui. Solo dal 3 al 5 per cento di loro riescono a sopravvivere a 5 anni dalla diagnosi. L'intervento è tra i più difficili e rischiosi. La media di mortalità operatoria, nei centri con un numero alto di interventi eseguiti, si attesta attorno al 3%, con tasso di complicanze elevato (circa il 50%).

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Pubblicato il 25 Gennaio 2016

Nessuno ha più risposte che contano, perché nessuno pone più le domande giuste. Tanto meno la scienza, che in Occidente è stata asservita ai grandi interessi economici e messa sull'altare al posto della religione. Così lei stessa è diventata "l'oppio dei popoli", con quella sua falsa pretesa di saper prima o poi risolvere tutti i problemi. (Tiziano Terzani)

I Sacrestani della Scienza

C'è un'idea di scienza che ha preso piede in questi anni grazie a una massiccia opera di banalizzazione e divulgazione a senso unico, che non tiene conto della reale complessità dei fatti ma si propone piuttosto la creazione di una narrazione leggendaria. Una specie di nuova religione laica, piena di miti e di dogmi scolpiti nella pietra come moderne tavole mosaiche. Secondo questa vulgata la Scienza, naturalmente con la S maiuscola, sarebbe l'unica portatrice di verità, anzi, della Verità, e l'unico modo possibile di interpretare il mondo: la Scienza come metro e misura di tutta la nostra esistenza. Questa parodia di pensiero, per quanto illusoria e intrisa di inconsapevole sottotesto religioso, è così diffusa e propagandata che è difficile far comprendere anche agli spiriti più liberi la sua fallacia e la sua pericolosità.

Gli scienziati veri, e quelli che oggi possono fregiarsi del titolo sono davvero pochi, sanno che la scienza non è la "Verità", ma è solo uno dei modi di interpretare determinate porzioni di realtà, e che questa interpretazione non è immutabile perché è condizionata dalle premesse stabilite a priori, il “paradigma” (1). E i ricercatori, che oggi si muovono in ambiti sempre più ristretti e specialistici, non mirano a stabilire “Leggi Universali”, ma a formulare delle ipotesi e a trovare delle connessioni, ben sapendo, come la fisica quantistica ha dimostrato (2), che i “fatti” non hanno nessuna “oggettività”, dipendendo sempre dall'interpretazione che ne viene data. Spesso nuove scoperte nascono da una semplice reinterpretazione di fatti conosciuti, ma analizzati da prospettive diverse.

Invece oggi su internet e sulla carta stampata pullulano questi pseudo-razionalisti, che hanno fatto della loro idea di scienza una sorta religione laica e ottusa. Per questo li definisco "sacrestani della scienza". Hanno poche idee, somiglianti a fissazioni, e le difendono con virulenza su forum, blog e social network. Secondo questi personaggi tutto ciò che c'è da sapere è quello che loro sanno già. Non cercano di capire teorie nuove o scoprire altre possibilità, vogliono solo tradizionalissime conferme alle loro ristrette conoscenze. Non cercano una crescita delle idee ma la mummificazione del pensiero. Per loro ogni eclettismo ed ogni sincretismo sono una sfida all'ortodossia, e ogni tentativo di mettere i fatti sotto prospettive diverse una inutile polemica da relegare al passato. Infatti la frase preferita dei sacrestani è: “Non vorremo mica tornare al Medioevo?”, e naturalmente la loro immagine del Medioevo è quella dei sussidiari di scuola elementare: pestilenze e streghe bruciate sul rogo. (3)

Invece di coltivare il dubbio, principale strumento dell'uomo razionale, rifiutano di comprendere tutto quello che mette in crisi le loro assunzioni sclerotizzate. Citano a sproposito Galileo, ma non capiscono che i Bellarmino, il cardinale che si rifiutava di guardare nel cannocchiale, oggi sono loro. Così, pur di difendere il loro piccolo sapere acquisito, i sacrestani della scienza fanno una feroce resistenza a tutte le idee nuove o alternative.

Eppure la scienza, (quella vera e non la parodia da rotocalco che difendono), è sempre in continua evoluzione ed è proprio questo che la differenzia dalla religione: rimettere in discussione il sapere acquisito è l'unico modo per far avanzare la conoscenza. Le idee nuove sostituiscono quelle vecchie, in un processo continuo e inevitabile. Altrimenti ancora oggi crederemmo alla terra piatta o alla teoria del flogisto. Così, ironia della sorte, quelli che affermano di voler difendere la Scienza oggi sono i suoi principali nemici, sclerotizzandola a religione dogmatica senza dei. Del resto solo uno spesso fondo di ignoranza può giustificare certe convinzioni. La storia di tante scoperte scientifiche, costellata di rivalutazioni postume e continui ripensamenti, sta lì a testimoniarlo.

La teoria della Deriva dei Continenti ne è un esempio eclatante. Elaborata da Alfred Wegener nel 1912 sulla base di acute osservazioni morfologiche, venne ridicolizzata come un'ipotesi “fantasiosa” perché i modelli fisici e matematici del tempo non riuscirono a dimostrarla. Il fatto è che quei modelli erano sbagliati, o perlomeno inadeguati. Fu solo quando si svilupparono modelli più evoluti che la Deriva dei Continenti trovò una conferma che portò a sviluppare la teoria della Tettonica a Placche, oggi universalmente accettata.

Di esempi del genere la storia della scienza è piena. In un post dei mesi scorsi ho riportato la triste vicenda del dott. Semmelweiss, scopritore dell'antisepsi, e di come la sua intuizione così semplice e geniale venne ferocemente osteggiata dai suoi contemporanei. Quante anni passarono e quante persone dovettero morire prima che la comunità scientifica accettasse un fatto che oggi diamo per scontato?

Ecco, qui sta il vero problema: finché si parla di branche tecniche specialistiche che non hanno ricadute immediate sulla nostra esistenza, come la fisica delle particelle o teoria del Big Bang, possiamo tranquillamente infischiarcene e lasciare questi fanatici nel loro brodo di certezze immutabili. Ma quando certe crociate scientiste condizionano pesantemente la nostra vita e la nostra salute allora dobbiamo essere molto attenti a quello che i sacrestani e i loro precettori vogliono imporci.

Guardiamo la medicina contemporanea, in particolare l'oncologia, un settore divenuto ricchissimo in maniera inversamente proporzionale ai risultati raggiunti. Non è un mistero per nessuno che il presunto successo dell'oncologia ufficiale (anche volendo prendere per buone le statistiche ufficiali addomesticate da trucchi e escamotage metodologici) si riduce a meno di un misero 50% di guarigioni. Insomma, la Scienza Ufficiale ne salva al massimo uno su due. Come è stato acutamente osservato, se un ingegnere dicesse che i suoi ponti sono sicuri al 50% e che la metà è destinata a crollare, lo faremmo rinchiudere. Invece i sacrestani, con religioso fervore, si schierano per tutto l'armamentario dell'oncologia ufficiale, chemio e radioterapia comprese, bollando di ciarlataneria chiunque osi proporre terapie naturali, alternative e non invasive.

Inutile spiegargli che molti dei metodi cosiddetti “alternativi” hanno delle basi logiche molto più fondate dell'oncologia odierna. (4) E che la maggior parte delle terapie non invasive mira a rimettere in sesto il sistema immunitario, principale arma di guarigione, mentre la chemio e le altre inutili pratiche lo distruggono. (5) E che alcune sostanze relativamente innocue e poco o nulla costose, come ad esempio il vischio, l'artemisia annua o l'acido ascorbico endovena, hanno avuto diverse conferme da quei pochi laboratori che hanno potuto sperimentarle. (6) E che però molte sostanze valide non vengono testate perché costano pochissimo, non sono brevettabili, e quindi inadatte a produrre profitti.

Non c'è niente da fare, non è “scientificamente approvato” dall'Autorità, la loro religione non lo prevede e quindi non esiste. Sono tutti dei ciarlatani, dei truffatori da punire.

A voler essere buoni si potrebbe pensare che lo facciano per un fine utile, per difendere la salute di quei poveretti che si affidano a certe terapie dubbie come l'omeopatia o l'agopuntura. Perché secondo i sacrestani il problema è questo: chi si affida a pratiche innocue rischia comunque la vita perché evita di sottomettersi alle “cure scientifiche approvate”.

Eppure è un dato statistico che le malattie iatrogene sono tra le principali cause di morte nel mondo occidentale. Che la chemioterapia fa sviluppare nuovi tumori più aggressivi. (7) E che diverse ricerche statistiche effettuate tra i medici negli USA e in Australia (paesi medicalmente avanzati) rivelano che, quando si ammalano di cancro, tre medici su quattro rifiutano le terapie “ufficiali”. E che (si potrebbe andare avanti per ore), decenni di statistiche sulla sopravvivenza dei pazienti oncologici mostrano che non ci sono significative differenze di prolungamento della vita tra chi si sottopone alle cure ufficiali e chi invece omette di curarsi.

Ma niente, neanche le statistiche bastano a convincerli. Tutto quello che non conferma i loro vecchi pregiudizi è falso, pericoloso e soprattutto va severamente punito. Perché questo è il sogno dei sacrestani della scienza: un mondo orwelliano dove le idee e le scelte possibili siano solo quelle ufficialmente approvate.

Ma approvate da chi? Chi è che decide cosa è Vero e Giusto?

È un problema che i sacrestani hanno risolto a monte: le cure approvate dall'Autorità. E non importa che oggi l'Autorità, soprattutto nel campo della ricerca medica, sia l'espressione di un coacervo di interessi economici enormi, dove a farla da padrone sono i colossi di Big Pharma. Potentissime multinazionali quotate in borsa che, attraverso i finanziamenti concessi o negati, condizionano laboratori, ricercatori e riviste specializzate, decidendo quali siano le ricerche “scientifiche” da approvare e pubblicare e quelle invece da occultare e distruggere. Detto per inciso, nel solo 2013 i guadagni globali di Big Pharma hanno superato i 76 MILIARDI di dollari. (8)

I sacrestani, come i tacchini di Popper, non vengono mai sfiorati da alcun dubbio (9). Nella loro visione le multinazionali di Big Pharma lavorano per il benessere dell'umanità e non per i profitti degli azionisti. Siamo noi, poveri fessi irrazionali, che non lo abbiamo capito.

Così, quando la malattia colpisce, mentre i “creduloni” come noi provano a curarsi con terapie perlomeno innocue e gratuite (10) (11) (12), questi intelligentoni dall'acuto spirito critico si affidano sereni e fiduciosi alla chemioterapia, alle amputazioni del bisturi e alle altre meravigliose e costosissime devastazioni della medicina “scientifica” contemporanea. Con quali esiti lo sappiamo.

Valga un esempio per tutti: il giornalista Giovanni Maria Pace, massimo divulgatore del Pensiero Scientifico Ufficialmente Approvato e feroce combattente di ogni “eresia”, si ammalò di cancro all'età di 64 anni. Il suo motto era: “Sapere per controllare, per non farsi mai fregare". Naturalmente morì in brevissimo tempo, dopo essersi sottoposto a tutta la terribile trafila delle devastazioni scientificamente approvate. Chissà se alla fine gli è mai balenato il dubbio che a fregarlo sia stata proprio la sua fede ottusa nello scientismo. (13)

Io ne dubito. Ma del resto lo avrete capito, i sacrestani della scienza, per una sorta di selezione darwiniana autoindotta, sono i migliori alleati dei propri becchini. Per questo non ha senso combatterli. Lasciamoli nelle loro illusioni. Credono nell'utilità dei test genetici? Li facciano. Vogliono la chemio, la radio e il bisturi? Le facciano. L'importante è che non tocchino il nostro diritto di scegliere da quali “ciarlatani” farci curare.

La libertà di cura deve essere garantita a tutti. La selezione naturale farà il resto.

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NOTE:

(1) sul concetto di paradigma e su come sia determinante nella ricerca scientifica vedi “La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche" – Thomas Kuhn

(2) Una delle principali scoperte della fisica delle particelle è che il ruolo dell'osservatore non può essere separato dall'osservazione, poiché ne influenza i risultati. Un definitivo colpo al mito dell'oggettività dei fatti.

(3) Del resto gli ignoranti non sanno nulla del Medioevo, della magnifica armonia dell'architettura cistercense, della straordinaria sapienza ingegneristica delle cattedrali gotiche, del ruolo fondamentale della donna e dell'amor cortese, dell'invenzione delle università, così come le tante altre scoperte e creazioni di un epoca straordinaria. Non hanno mai letto, non dico Le Goff, ma nemmeno quel piccolo, meraviglioso saggio di Regine Pernoud. Sono fermi nei loro saldi pregiudizi da scuola elementare. E a nulla serve spiegargli che le streghe cominciarono ad essere bruciate in maniera sistematica nei secoli della “ragione” e che le pestilenze caratterizzarono tutte le epoche dell'umanità, dall'antica Grecia fino a tutto il 1800. I sacrestani restano lì, fermi nella triste palude delle loro immutabili certezze.

(4) vedi ad esempio questo video: https://www.youtube.com/watch?v=gAGMfz2ZSvA

(5) o anche questo: https://www.youtube.com/watch?v=x7susH38610​

(6) alcuni articoli scientifici sull'efficacia della Vitamina C in oncologia:

1- http://www.pnas.org/content/102/38/13604.full

2 - Chen Q, Espey MG, Sun AY, Pooput C, Kirk KL, Krishna MC, Khosh DB, Drisko J, Levine M. - Pharmacologic doses of ascorbate act as a prooxidant and decrease growth of aggressive tumor xenografts in mice. Proc Natl Acad Sci U S A. 2008 Aug 4.

3 - Riordan HD, Riordan NH, Jackson JA, Casciari, J.J., Hunninghake, R, Gonzalez MJ, Mora, E.M.,Miranda-Massari, J.R., Rosario, N., Rivera, A.: Intravenous Vitamin C as a Chemotherapy Agent: a Report on Clinical Cases. Puerto Rico Health Sciences J, June 2004, 23(2): 115-118.

4 - Murata A, Morishige F and Yamaguchi H. (1982) Prolongation of survival times of terminal cancer patients by administration of large doses of ascorbate. International Journal of Vitamin and Nutrition Research Suppl., 23, 1982, p. 103-113. Also in Hanck, A., ed. (1982) Vitamin C: New Clinical Applications. Bern: Huber, 103-113).

(7) http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/08/06/cancro-nature-chemioterapia-puo-rendere-immune-tumore-alle-terapie/318260/

(8) Un articolo illuminante su come queste multinazionali possano essere totalmente prive di scrupoli: http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/05/case-farmaceutiche-quanto-guadagna-big-pharma-sulla-nostra-malattia/939933/

(9) http://pensierolaterale.over-blog.com/2016/01/angelina-jolie-e-i-tacchini-di-popper.html​

(10) Nel suo libro “Cretinismo Scientifico” il giornalista Maurizio Blondet racconta la sua esperienza di malato di cancro: dopo una terribile diagnosi di cancro ai polmoni (uno dei più letali, con un 5% scarso di sopravvivenza) gli venne proposta una pesantissima “cura” a base di cisplatino e ciclofosfamide, due dei chemioterapici più tossici e letali, più una radioterapia “di supporto”. Per sua fortuna ebbe il coraggio di rifiutare ogni tipo di trattamento “ufficiale” preferendo una terapia a base di vitamina C endovena. Oggi, a distanza di 5 anni, Blondet è perfettamente guarito. Il suo medico, che gli ha somministrato questo trattamento risolutivo e privo di effetti collaterali, ovviamente sta passando dei guai con la giustizia e con l'Ordine dei Medici.

(11) Qui la testimonianza di Arturo Villa, dichiarato malato terminale per un tumore metastatico al fegato, che è totalmente guarito in pochi mesi con una dieta strettamente vegetale-crudista: https://www.youtube.com/watch?v=A2ve1J4AuYY&index=17&list=FLA37KVAHhVQ7H55b7IPvmxg

(12) E da ultima, la testimonianza di Cris Wark, giovanissimo malato di cancro III stadio al colon, che ha rifiutato radio e chemio ed è guarito con una dieta vegetale e una regolare attività fisica. https://www.youtube.com/watch?v=AET-fNy9jxk

(13) http://www.galileonet.it/2013/10/quanto-ci-costa-la-cattiva-scienza/

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Scritto da Gian Paolo Vallati

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Pubblicato il 22 Gennaio 2016

Angelina Jolie e i tacchini di Popper

La storia della inutile mutilazione che si è auto-imposta la povera Angelina Jolie dietro suggerimento dei suoi medici, non sappiamo se più incompetenti o disonesti (1), sicuramente più interessati al ritorno pubblicitario ed economico che alla salute della loro paziente famosa (2), è un esempio eclatante della fiducia cieca e totale in certe "verità" o "scoperte" della scienza, caratteristica della nostra epoca.

Questa fiducia ha una componente irrazionale che è tanto più forte quanto più chi la nutre vive lontano dal mondo della scienza vera. Non è un caso che a cadere spesso vittime di questa fede nella "religione scientifica" siano attori, atleti, politici e giornalisti.

Chi invece abbia frequentato seriamente e a lungo facoltà e laboratori scientifici ha probabilmente acuito il proprio senso critico nei confronti di certe "verità", che non sono mai assolute o definitive, perché la caratteristica del progresso scientifico è di rimettere sempre in discussione quelle che solo ieri sembravano certezze assodate.

Inoltre chi conosca a fondo il modo in cui oggi vengono elaborate e diffuse al pubblico queste "scoperte" sa che i miliardi di dollari profusi dalle multinazionali che finanziano le ricerche e ne detengono i brevetti contano molto di più che la "verità" e il benessere ultimo dell'umanità.

Uno sguardo critico ci consentirebbe di non prendere per oro colato ogni "scoperta scientifica” che leggiamo sui giornali. E capire che spesso dietro a ogni notizia sensazionalistica ci sono uffici stampa ben pagati e un lavoro di marketing incessante. Ma bisogna essere avveduti, informati e molto scaltri per poter conoscere il lato oscuro della ricerca, soprattutto in campo medico. Altrimenti, prendendole per oro colato, si finisce come la povera Angelina Jolie per fare la fine dei tacchini di Popper.

L'aneddoto dei "tacchini di Popper" è conosciuto nell'ambito della filosofia della scienza col nome del noto epistemologo, anche se in verità il primo a raccontarlo, per irridere l'induttivismo, fu B. Russel. Lo scrittore e filosofo Igor Sibaldi ne ha dato una versione ampliata e tragicamente divertente che ben si adatta alla nostra storia, e così ve la riporto:

“Un tacchino che, vivendo dalla nascita nella sua tacchinaia, si mettesse ad osservare la propria vita quotidiana, potrebbe dedurne senza ombra di dubbio che il suo mondo è ben organizzato e accogliente, privo di predatori e protetto contro le intemperie. Osservando poi quello strano bipede senza piume che compare ogni giorno a ore fisse per portargli del cibo, ne dedurrebbe che questo essere venera i tacchini ed è stato creato apposta per nutrirli. Il tacchino potrebbe vivere per anni con queste convinzioni, confortato dalle sue osservazioni giornaliere. Nulla contraddirà questa opinione fino al momento in cui, costretto a una tardiva illuminazione, si troverà nel forno contornato dalle patate”.

Così le osservazioni superficiali che possiamo fare nella nostra tacchinaia, il mondo "civilizzato" in cui viviamo, ci spingono a credere che la scienza e la medicina delle multinazionali lavorino incessantemente per migliorare la nostra salute. Tecnologie futuristiche, nuovi e sempre più accurati esami, test genetici e tutto l'inesauribile armamentario che l'industria medica ci mette a disposizione sembrano creati solo ed esclusivamente per farci stare sempre meglio.

Solo quando osserviamo con acume e spirito critico queste “meravigliose scoperte”, magari perché ci troviamo a subirle personalmente, ci accorgiamo che il fine ultimo di tanta disponibilità e abbondanza tecnologica non siamo noi, gli esseri umani, ma gli utili che se ne possono trarre. Non è certo casuale che l'introito globale dei colossi farmaceutici mondiali (comunemente definiti "Big Pharma") ormai si aggiri intorno agli 80 miliardi di dollari annui.

Un esempio che vale per tutti: l’acido zoledronico, un chemioterapico oncologico prodotto dalla Novartis sotto il brand Aclasta, costa all'azienda 105 Euro al Kg. Ma quando viene venduto come farmaco finito ha un costo al pubblico di 111.472.000 euro al Kg. Un milione di volte di più! (3)

Come mai, vi chiederete voi? Be', se proprio non sapete dare una risposta, allora prendete per buona quella del tacchino: Big Pharma lavora per il nostro benessere e la nostra salute, mica per i profitti degli azionisti.

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(1) come spiegato in un altro post, le mutazioni genetiche dei BRCA1 e BRCA1 NON portano inevitabilmente il cancro al seno. Anzi, ci sono migliaia di possibili mutazioni geniche dei BRCA 1 e 2 che in realtà riducono il rischio di cancro al seno. La mutilazione preventiva sulla base di un ipotetico rischio è una barbarie da cerusici di altri tempi.

(2) Quando una famosa star si sottopone a determinate terapie, l'emulazione da parte di tante persone nel mondo globalizzato è automatica e massiccia.

(3) http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/04/05/case-farmaceutiche-quanto-guadagna-big-pharma-sulla-nostra-malattia/939933/

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Pubblicato il 31 Ottobre 2015

Quello che i medici di Angelina Jolie non le hanno detto a proposito del gene BRCA prima della sua doppia mastectomia
Un articolo di Veronique Desaulniers, naturopata, guarita dal cancro al seno grazie alle cure naturali. L'ho tradotto velocemente, col mio inglese imperfetto. Qui trovate l'articolo originale, tutti i contributi per migliorare la traduzione sono benvenuti: http://thetruthaboutcancer.com/angelina-jolie-brca-gene/

Nel 2013, l'attrice, regista e attivista dei diritti umani Angelina Jolie ha fatto notizia annunciando che aveva subito una doppia mastectomia preventiva. Il motivo: una storia familiare di cancro al seno (sua madre era morta per questo) e quello che lei chiama un "gene difettoso", riferendosi al gene BRCA (BRCA 1).
La Jolie è una donna di talento ed estremamente intelligente. Non posso giudicare la sua decisione personale di scegliere questa linea di condotta riguardo la sua propria salute. La decisione di una donna, quando si tratta di cancro al seno, è personale e deve essere rispettata. Quando però quella donna è una celebrità e decide di discutere la questione in un forum pubblico con questioni mediche che, nel migliore dei casi, sono discutibili, questo diventa motivo di preoccupazione.
Per me la sua decisione pone la domanda: i medici della signora Jolie le hanno raccontato tutta la storia riguardo il BRCA1? Ho il sospetto che non l'abbiano fatto. Se le avessero detto tutta la verità, avrebbe ancora scelto la decisione che ha preso?


La verità: le mutazioni genetiche dei BRCA1 e BRCA1 NON portano inevitabilmente il cancro al seno

La decisione di Angelina Jolie di rimuovere entrambi i seni si è basata su consiglio di medici professionisti - medici, chirurghi, oncologi (senza dubbio lei ha avuto accesso ai migliori). In un editoriale per il New York Times, la Jolie ha dichiarato: "I miei medici stimavano che avessi un rischio del 87 per cento di cancro al seno e un rischio del 50 per cento di cancro ovarico, anche se il rischio è diverso nel caso di ogni donna (...) Solo una piccola parte dei tumori al seno è determinato da un gene ereditario mutante. Quelli con un difetto nel BRCA1 hanno in media un rischio del 65 per cento di averlo ".
Il commento qui sopra porta a credere che il BRCA1 rappresenti solo un difetto, probabilmente mortale. Ma questa è soltanto una mezza verità. Prima di tutto, il BRCA1 e BRCA2 (che si distinguono per il cancro al seno 1 e 2) sono geni onco-soppressori. Essi producono una proteina che aiuta a riparare i danni al DNA causati, secondo il National Institute of Health, da "radiazioni naturali e mediche o altre esposizioni ambientali." Se c'è una mutazione in questo gene, ciò che sta realmente accadendo è che il gene non sta facendo il suo lavoro. Cioè il danno al DNA non viene riparato, portando così ad un maggiore rischio di cancro.
La seconda precisazione che deve essere fatta riguarda la determinazione statistica che la signora Jolie ha menzionato nel suo editoriale: "Quelli con un difetto nel BRCA1 hanno in media un rischio del 65 per cento di avere [il cancro al seno]."
Due fattori offuscano questo messaggio semplicistico che la medicina convenzionale sta promuovendo in massa al grande pubblico.
In primo luogo, secondo il National Cancer Institute, fino a oggi non ci sono stati studi a lungo termine sulla popolazione generale riguardanti il BRCA1 o il BRCA2.
In secondo luogo, ci sono letteralmente migliaia di possibili mutazioni geniche dei BRCA 1 e 2, molte delle quali in realtà riducono il rischio di cancro al seno. Secondo uno studio del 2011 condotto dalla University of California, San Francisco, "Sembra che alcuni polimorfismi possano effettivamente avere un effetto protettivo."


L'espressione genica non è il fattore maggiore che determina il cancro al seno

I giorni in cui si credeva che il DNA di una persona fosse il suo destino sono finiti. La crescita di studi nell'area dell'epigenetica sta rivelando la schiacciante influenza dei fattori ambientali nella proliferazione della malattia. L'esposizione alle sostanze tossiche e le scelte di vita tossiche, tra cui lo stress, possono rappresentare fino al 95 per cento dei fattori associati a tutti i tipi di malattia.
In effetti uno studio pubblicato sul prestigioso New England Journal of Medicine ha rilevato che il trauma associato a una diagnosi di cancro può causare un aumento di 26 volte della "multi-resistenza ai farmaci mediatori di adrenalina" e, successivamente, dei decessi legati al cuore.
Più rilevante in questa discussione è il fatto che solo il 2 per cento delle donne negli Stati Uniti che hanno una storia familiare di cancro al seno può risultare positivo al test per mutazione del gene. Secondo i Centers for Disease Prevention, "In alcune famiglie il cancro al seno o il cancro ovarico si verifica a causa di mutazioni ereditarie nei geni diversi da BRCA1 / 2. Tuttavia, questo è raro”.
Quando si affrontano le statistiche sulle cause del cancro ─ compreso il cancro al seno ─ le tossine ambientali battono la genetica a mani basse. Eppure quando è stata l'ultima volta che una importante fonte di informazioni ha pubblicizzato questo fatto?


La vera Agenda dell'industria medica

Questo fatto è probabilmente quello più difficile da digerire, ma è anche il più importante da capire e da non dimenticare mai. In primo luogo, la medicina convenzionale è un business! Come tale, il profitto, e non le persone, spesso regna sovrano. Subito dopo che Angelina Jolie aveva fatto il suo annuncio, le azioni della società di tecnologia medica Myriad Genetics sono salite in modo significativo. Questa azienda possiede brevetti sui geni BRCA 1 e 2 per uomo e donna, e ha più volte bloccato i test imparziali necessari per determinare la validità delle affermazioni di correlazione tra cancro al seno e BRCA.
Si stima che negli ultimi tre decenni siano state circa 1,3 milioni le donne che negli Stati Uniti sono state sovra-diagnosticate e sovra-trattate per apparente "cancro al seno". Quanti milioni di dollari sono andati ad aziende farmaceutiche e del settore medico in quel periodo? In primo luogo sulle terapie "preventive" e sui trattamenti, tra cui la chirurgia, la chemioterapia e la radioterapia. E in secondo luogo sulle procedure di ricostruzione del seno e sui materiali, alcuni dei quali hanno dimostrato di provocare il cancro essi stessi! Quante seni, e quante vite, si sarebbero potute salvare negli ultimi 30 anni?
Studi epigenetici hanno dimostrato più e più volte che l'espressione genica può essere spenta da una corretta alimentazione e dalla diminuzione della tossemia. Questa è la scienza e le prove sono schiaccianti.


Signora Jolie, io rispetto la sua decisione personale di fare ciò che sentiva giusto per il proprio corpo. Avrei solo voluto che si fosse informata su tutti i fatti riguardo i BRCA 1 e 2 e sul cancro al seno in generale, prima di promuovere questa linea di condotta per le centinaia di migliaia di donne in tutto il mondo che guardano a lei come un modello e che potrebbero seguire il suo esempio.

Veronique Desaulniers

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Pubblicato il 29 Agosto 2014

Agopuntura, informazione e malafede

(un post del 23 gennaio 2009, ripubblicato in Over.blog)

Colpirne uno per educarne cento

Pochi giorni fa Paolo Roberti di Sarsina, esperto per le Medicine Non Convenzionali del Consiglio Superiore di Sanità, ha dichiarato all’Adnkronos che ormai il 23% degli italiani si cura con le medicine alternative o non convenzionali, con un risparmio per il SSN, sistema sanitario nazionale, di ben 40 milioni di euro.

Roberti di Sarsina ha aggiunto inoltre che “Le istituzioni italiane non hanno finora voluto né sono state capaci di mettersi al passo con questa realtà sociale ampiamente diffusa, disattendendo anche la Risoluzione sulle Medicine Non Convenzionali emanata sia del Parlamento Europeo (1997) che del Consiglio d’Europa (1999), né adottando il Piano strategico sulle medicine tradizionali, complementari e alternative dell’OMS (2002)

Dato che queste affermazioni hanno avuto una vasta risonanza sui media, le multinazionali del farmaco, toccate nei loro affetti profondi (leggi: introiti) non hanno preso tempo per lanciare la loro risposta.

Ed infatti ieri sul sito di Repubblica, un servizio (o “servizietto”) di Enrico Franceschini ci svelava finalmente che l’“Agopuntura è solo effetto placebo” e che“la tecnica cinese è stata ridimensionata”.

Come potevano le multinazionali del farmaco lasciare impunita una dichiarazione così irrispettosa e lesiva della loro autorità (e degli stratosferici fatturati)? Bisognava attaccare subito l’agopuntura, per colpire tutte le medicine non convenzionali. Colpirne uno per educarne cento, il vecchio motto è sempre valido.

Ma vediamo perché l’articolo di Repubblica, e lo studio su cui è basato, sono chiaramente in malafede. Il presunto “studio” condotto da ricercatori del Centro per la ricerca medica complementare dell’Università Tecnica di Monaco, si basa su un vecchio trucco, già abbondantemente usato negli anni ottanta dal sagrestano della scienza Piero Angela in una sua fortunata trasmissione televisiva.

Funziona così: Si prendono due gruppi di pazienti, sofferenti di una data patologia (nello specifico si trattava di generiche “forti emicranie”). Ai primi si somministra l’agopuntura tradizionale, ai secondi si infilano gli aghi a caso. Alla fine si ottengono uguali benefici in entrambi i gruppi, e l’effetto placebo sarebbe così dimostrato.

Questo procedimento, di pretesa scientificità, in realtà non ha nulla a che vedere con un esperimento realmente condotto in “Double Blind” (in doppio cieco, come viene abitualmente tradotto).

Chiunque conosca anche solo un poco di Medicina Cinese Tradizionale sa che una patologia così generica come l’emicrania può dipendere da infiniti fattori, che variano in maniera anche notevole da persona a persona. E che il trattamento deve necessariamente essere specifico ed individuale per ogni dato paziente. Lo stesso ago inserito nello stesso punto in due pazienti diversi può sortire risultati diametralmente opposti, dipendendo dalle condizioni fisiche, energetiche e patologiche del soggetto. [1]

Come si possa stabilire allora una procedura comune e standardizzata su un gruppo di “ben 6.736 pazienti, sofferenti di forti emicranie e mal di testa” è davvero incomprensibile. Si tratta quindi della applicazione scorretta di una metodologia, per arrivare a dimostrare una tesi preconcetta. E la dimostrazione della sostanziale scorrettezza del presunto studio arriva da un lapsus rivelatore dello stesso Klaus Linde, responsabile della ricerca:

“Senza dubbio saranno necessarie ulteriori ricerche per capire esattamente come funziona questa terapia prima che venga prescritta ai pazienti” (bontà sua) aggiungendo infine la perla: “I medici devono sapere quanto a lungo si protrarranno gli effetti dell’agopuntura e se dei terapisti più esperti possono effettivamente ottenere risultati migliori di terapiste che hanno avuto soltanto un addestramento di base”.

Ecco. La spiegazione è tutta lì. Una ricerca così seria e assolutamente “scientifica” è stata condotta da “terapiste che hanno avuto soltanto un addestramento di base”.

C’è bisogno di aggiungere altro?

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[1] Tra l’altro, detto incidentalmente, in Cina l’agopuntura è l’ultima risorsa della MTC, cui si arriva quando la terapia attraverso l’alimentazione e le erbe medicinali non ha sortito effetto.

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Con tag #Agopuntura, #disinformazione

Pubblicato il 24 Agosto 2014

Hamer e la lezione di Semmelweis

Dicono che il dottor Ryke G. Hamer, autore di una controversa teoria sul cancro ed altre malattie, sia una persona non molto equilibrata dal punto di vista psichico. Lo ha velatamente ipotizzato anche Umberto Veronesi, il noto esponente della Casta del Cancro.

Personalmente non so se sia vero. Molti degli atteggiamenti di Hamer mi sembrano in effetti quantomeno bizzarri. Certe sue prese di posizione (non mediche, ma politiche) lasciano davvero il tempo che trovano. Ed in fondo non giurerei sulla salute mentale di nessuno, tantomeno della mia.

Quello che so è che le teorie di Hamer sono estremamente interessanti, e che si legano a quel filone che parte proprio nel nostro paese con l’opera di Luigi Oreste Speciani. Negli anni ’60 Speciani fu il primo ad affermare che alla base del cancro c’è un enorme sofferenza psicologoca. Anzi, dell’Anima, come lui amava dire. E che non è possibile nessuna vera guarigione se non si affronta questo aspetto, il disperato dolore della Psikè. Il suo libro “Di Cancro si vive” fu una vera rivelazione per molti.

Ora Speciani era un grandissimo anatomo-patologo, molto stimato dai suoi colleghi e perfettamente inserito nell’ambito universitario del suo tempo. Insomma, non era certo un esponente della famigerata corrente new-age. Oggi, a più di trent’anni dalla sua scomparsa, i suoi allievi della Scuola di Medicina Integrata lavorano silenziosamente nell’ombra, senza cercare la luce dei riflettori, preferendo curare e guarire piuttosto che richiedere l’approvazione della “Scienza Ufficiale”.

Hamer invece ha avuto la grande colpa di essersi schierato apertamente, di essersi messo contro il grande business della “Ricerca sul Cancro”. E lo ha fatto spesso con i suoi modi, eccessivi, bizzarri, e forse un po’ folli.

Per questo mi ricorda molto il povero Ignaz Semmelweis che, nonostante la sua geniale scoperta, morì pazzo e screditato dalla “Scienza” del suo tempo. Vediamo la sua storia, come riportata su Il Diogene ( http://www.ildiogene.it/):

“Medico ungherese, Semmelweis è considerato lo scopritore della principale causa della febbre puerperale, e rappresenta un caso emblematico della chiusura del mondo scientifico di fronte alle nuove scoperte.

La febbre puerperale, ai tempi di Semmelweiss, uccideva misteriosamente migliaia di puerpere, soprattutto nei grandi ospedali. Semmelweiss, in seguito ad attente osservazioni e a una serie di coincidenze fortuite, giunse alla conclusione che la malattia fosse provocata dagli stessi medici e studenti i quali, secondo una prassi abbastanza comune a quel tempo, venivano spesso a visitare le pazienti dopo aver fatto pratica di dissezione dei cadaveri, in sala anatomia.

Per verificare la sua ipotesi, Semmelweiss ordinò che tutte le persone del suo reparto si lavassero bene le mani con una soluzione disinfettante (cloruro di calcio) prima di qualsiasi contatto con le pazienti.

Tale direttiva portò a una drastica riduzione dei decessi.

Il valore della scoperta(così semplice e geniale, n.d.r.), tuttavia, fu contestato aspramente dalla maggioranza dei medici del tempo, che gli rivolsero una tale quantità di accuse da provocare addirittura la sua espulsione dall’ospedale e in seguito anche dalla cattedra universitaria di Budapest, che gli era stata offerta nel 1885.”

Per dirla tutta, sembra che il carattere fumantino, un po’ bizzarro e non perfettamente ligio alle regole di Semmelweis contribuì non poco alla sua emarginazione. In ogni caso :

i dati che Semmelweiss forniva a sostegno della propria tesi erano molto eloquenti: nell’anno 1846, su 4.010 puerpere ricoverate nel suo reparto, ne erano morte ben 459 (più dell’11%); nel 1847, con l’adozione del lavaggio delle mani con cloruro di calcio verso la metà dell’anno, su 3.490 pazienti ricoverate, ne erano morte 176 (il 5%); l’anno successivo proseguendo la pratica del lavaggio, su 3.556 ricoveri, i decessi erano scesi ad appena 45 (poco più dell’1%). Questi risultati, anche se forse lasciavano ancora un piccolo margine di dubbio (poteva trattarsi di una semplice coincidenza) avrebbero dovuto almeno suscitare qualche interesse in coloro che avevano a cuore il progresso della medicina, così da spingere a nuove sperimentazioni per sottoporre a verifica l’ipotesi. Invece, essi vennero praticamente ignorati.” (1)

Dopo la pubblicazione della sua opera fondamentale Eziologia, concetto e profilassi della febbre puerperale, l’opposizione nei confronti di Semmelweiss divenne ancor più agguerrita, tanto che egli, stanco e deluso, cadde in un lungo periodo di depressione. I suoi nemici ne approfittarono allora per farlo internare in un manicomio, dove poco dopo egli morì”. (2)

Migliaia di partorienti continuarono a morire, finchè alla lunga la teoria di Semmelweis non venne accettata. Ma questo fu possibile solo quando la generazione dei suoi contemporanei scomparve e venne sostituita da una generazione di giovani medici dalla mente aperta in grado superare i pregiudizi e le cristallizzazioni mentali dei vecchi baroni.

Come infatti ha spiegato acutamente Thomas Kuhn (3), nessuna teoria nuova e rivoluzionaria, per quanto geniale e ricca di prove, può essere accettata dall’establishment scientifico. Produce piuttosto una situazione di crisi, in cui la comunità cerca di negare o ridimensionare il fenomeno anomalo.

La nuova teoria viene accettata solo quando una nuova generazione di ricercatori, adottando un nuovo “paradigma”, riesce a superare gli schemi mentali della generazione precedente.

Oggi i vecchi baroni continuano a difendere chemioterapia, radioterapia e tutta quella devastante ed invasiva pratica “terapeutica”, peraltro molto redditizia, anche perchè non possono mutare il loro “paradigma”, con il quale hanno costruito la loro carriera e le loro conoscenze. Sarebbero costretti ad uno sforzo psicologico e mentale al di fuori della loro portata.

Di conseguenza tutte le teorie alternative sul cancro (Di Bella, Hamer, Kremer, ecc.) potranno essere seriamente prese in esame dall’establishment scientifico solo quando questa classe dominante scomparirà per vecchiaia.

Sta ad ognuno di noi decidere se aspettare (la maggior parte dei baroni è oltre i settanta) o se infischiarsene ed iniziare a pensare in maniera nuova da subito.

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(1) Oggi, seguendo la logica dei detrattori di Hamer, si potrebbe sostenere che Semmelweis, con la sua prassi, fece morire più di 220 pazienti in 2 anni.

(2) Tutto il corsivo virgolettato è tratto da: http://www.ildiogene.it/EncyPages/Ency=Semmelweis.html

(3) “La Struttura delle Rivoluzioni Scientifiche”, Thomas Kuhn

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Con tag #Scienza, #Scientismo, #Semmelweis, #Virus, #Contagio, #Hamer, #Medicina Germanica

Pubblicato il 24 Agosto 2014

Gli occhi chiusi della medicina

A proposito di Luigi Oreste Speciani, di cui ho parlato recentemente in un post, e dell’atteggiamento della medicina ufficiale, oggi mi è tornato in mente un episodio di molto tempo fa.

Una ventina di anni or sono mi capitò di conoscere uno dei più valorosi allievi di Speciani, Ezio Zucconi Mazzini, allora assistente primario di ematologia, poi psicoanalista bioenergetico, allievo e amico di Alexander Lowen, con una lunga serie di altre specializzazioni e benemerenze che ora non ricordo.

Andai a trovarlo nell’ospedale dove lavorava come ematologo. Aveva il suo studio in una soffitta, dove curava i suoi pazienti applicando le teorie di Speciani: non si può curare l’uomo se non si cura anche la sua anima (1)
E quel giorno mi raccontò un episodio illuminante.
Poco tempo prima aveva guarito un ragazzo dalla colite ulcerosa cronica, malattia incurabile secondo la medicina ufficiale (2), attraverso un attento lavoro di psicoterapia integrato con trattamenti omeopatici e cure naturali.

A guarigione avvenuta, la mamma del ragazzo, felice ed incredula, aveva riportato suo figlio dallo specialista che in precedenza aveva avuto in cura il ragazzo per mesi senza ottenere alcun risultato.
Lo specialista non aveva potuto che constatare l’avvenuta guarigione, senza peraltro riuscire a dare alcuna spiegazione.

A questo punto Ezio mi guardò negli occhi e mi pose una domanda: “Cosa avresti fatto tu, al posto di quel medico di fronte ad un fatto così incredibile?”.
La risposta era chiara, e non ci pensai nemmeno un attimo: “Ti avrei telefonato al volo, per sapere come c’eri riuscito”.
Lui sorrise, scosse il capo e disse sconsolato: “Ci credi che questo collega non ha voluto nemmeno sapere il mio nome? Ha semplicemente cancellato il fatto dalla sua casistica. E probabilmente lo cancellerà anche dalla sua memoria.”

Lascio trarre ai miei sparuti lettori le conclusioni di questa storia.
Aggiungo solo che spesso coloro che chiedono prove e verifiche “scientifiche” quando si parla di medicine non ufficiali, sono un po’ simili a quel medico specialista.

Quando le prove arrivano, fanno finta che siano dovute al caso o che non esistano, piuttosto che aprire gli occhi e rimettere in discussione le proprie conoscenze limitate.

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1 – Scriveva il medico Luigi Oreste Speciani: “le malattie che la medicina attuale non sa curare – cancro compreso – vengono… da un turbamento dell’Id (cioè dell’anima vegetativa, Nefesh ebraico, forma corporis tomasiana, aura di Kirljan, orgone di Reich, prahna) da non confondersi con l’anima sopravvivente, cioè il Ruak-sheol ebraico, la substantia spiritualis di San Tommaso, oggetto delle speculazioni metafisiche e teologiche”.
Nell’individuo l’unità mente-corpo è inscindibile. La medicina sintomatica si affanna inutilmente a curare l’organo perdendo di vista l’insieme, la totalità dell’individuo, sintesi di anima e soma, che è la comprensione di tutto.
Oreste Speciani questo lo aveva ben compreso e affermava che: “La chiave del mistero è la natura psicosomatica dell’uomo” e che “l’uomo è l’unica medicina di se stesso, e che nessuno dei nostri superbi interventi è capace di guarire, ma solo di aiutare l’uomo a farlo”.

2 – che infatti si limita alla soppressione dei sintomi e degli effetti più gravi con trattamenti a base di cortisone ed immunosoppressori, quando non arriva all’asportazione chirurgica del colon

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Con tag #Scientismo, #Scienza, #Speciani

Pubblicato il 24 Agosto 2014

Genetica & Spazzatura

Non passa giorno che non esca su qualche quotidiano la “notizia” della scoperta di un nuovo gene: il gene della calvizie, dell’obesità e perfino quello dell’avarizia.

Quanto siano attendibili questi redazionali a favore delle multinazionali dell’ingegneria genetica lo si può capire da un recente articolo di Repubblica, che spaccia per scoperta scientifica un ridicolo e improbabile studio che avrebbe “identificato” il gene dell’altruismo. (1)

A fornire il megafono all’industria dell’ingegneria genetica sono in genere pochi giornalisti, sempre gli stessi, che hanno il monopolio della divulgazione scientifica sulla grande stampa e che riportano come oro colato tutte le dichiarazioni, più o meno verosimili, necessarie ad alimentare il business della genetica applicata.

A leggere i loro articoli si potrebbe così dare per certa l’esistenza di un gene responsabile per ogni caratteristica fisica o psicologica dell’essere umano.

E che di conseguenza, grazie alle manipolazioni sul DNA, presto esisterà una cura per qualsiasi tipo di malattia o disfunzione.

Questa visione semplicistica è però ben lontana da qualsiasi realtà scientifica.

Come ha spiegato Timothy Hunt, premio Nobel per la medicina 2001: “La scoperta del Dna e la ricostruzione del genoma umano non hanno ancora aiutato nessuno [...] Conosciamo dal 1954 la genetica dell’anemia falciforme e non sappiamo ancora curarla. Chiaramente capire una malattia non equivale automaticamente a curarla.” (2)

L’ipotesi per cui ad ogni gene corrisponderebbe una determinata caratteristica è stata definitivamente sconfitta nel 2001 dai risultati del Progetto Genoma Umano.

La scoperta che invece dei 100mila geni previsti (in base al numero stimato delle proteine umane) i geni dell’uomo siano soltanto 30mila, non molti di più che in una piantina di senape (26mila), ha creato un grande imbarazzo nella comunità scientifica.

Barry Commoner, scienziato americano direttore del Critical Genetics Project, lo ha affermato senza mezzi termini: “Il fatto che un singolo gene può generare una molteplicità di proteine distrugge i fondamenti teoretici di un industria da molti miliardi di dollari, quella dell’ingegneria genetica” (3)

In effetti il Progetto Genoma, costato oltre 3 miliardi di dollari, si è rivelato una straordinaria catastrofe per quelli che lo avevano sponsorizzato e strombazzato negli anni passati.

Dal punto di vista prettamente scientifico ha rappresentato la confutazione definitiva del “Dogma Centrale della Biologia molecolare”, proposto nel 1953 da Watson e Crick, che era l’idea alla base di un eventuale sviluppo dell’ingegneria genetica. (4)

Così, mentre nel mondo della ricerca scientifica le possibilità di una medicina su base genetica sembrano sempre più allontanarsi verso un futuro immaginario, i nostri indefessi giornalisti non cessano la loro opera di sostegno (certamente ben retribuita) alle multinazionali dell’ingegneria genetica e al giro d’affari collegato: 73,5 miliardi di dollari nel mondo.

Le vere notizie che possono turbare i sonni e i profitti degli azionisti, vengono invece abilmente nascoste o mascherate dietro una serie infinita di articoli-spazzatura sul gene dell’obesità o quello della calvizie, con le inevitabili promesse di mirabolanti farmaci o ipotetiche “cure” che naturalmente, statene certi, arriveranno presto a salvarci la vita.

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(1) da Repubblica on-line del 05/12/07

AVARIZIA: STUDIO ISRAELIANO, SCOPERTO GENE RESPONSABILE

A stabilire se siamo dei ‘buon samaritani’ o degli ‘arpagone’ e’ un gene. Lo ha stabilito un team di ricercatori israeliani del dipartimento di psicologia dell’universita’ ebraica di Gerusalemme. Lo studio e’ stato condotto su 203 cavie umane cui, dopo aver fornito campioni del loro Dna, e’ stato chiesto come suddividere una somma equivalente a 12 dollari. I ricercatori hanno verificato che quanti avevano una variante del gene AVPR1a in media donavano quasi il 50% in piu’ di coloro che ne erano privi. “L’esperimento ha fornito la prima prova dell’esistenza di un legame da una variazione del Dna e l’altruismo”, ha spiegato uno degli autori della ricerca che e’ stata pubblicata sulla rivista “Genes, Brain and Behaviour”.

(2) http://www.corriere.it/Rubriche/Salute/Medicina/2007/07_Luglio/31/newton_nobel.shtml

(3) http://www.complessita.it/article_pub.php?sid=6&PHPSESSID=077a1699c3e642aac66ab079a19d071e

(4) vedi ad es.: Barbiero G., “Il Principio di precauzione nella crisi dell’impianto epistemologico dell’ingegneria genetica”, Quaderni CRASL

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Con tag #Scienza, #Genetica, #DNA, #Scientismo

Pubblicato il 24 Agosto 2014

Sette buoni motivi per rinunciare alla carne

Eccovi un breve pro-memoria che, senza entrare negli aspetti etici di uno stile di vita alimentare basato sullo sterminio massiccio di altri esseri senzienti, si limita ad una riflessione puntuale sulle conseguenze per la salute e l’ambiente dell’alimentazione a base di cibi animali.

1. Il corpo umano non è fatto per assimilare la carne.

La conformazione dei denti, dei muscoli facciali, della mandibola, l’acidità dello stomaco e la lunghezza dell’intestino dell’uomo sono tipiche degli animali vegetariani.

Uno studio di anatomia comparata che non lascia dubbi al riguardo è stato effettuato da Milton R. Mills. [1]

Per poter digerire la carne l’animale carnivoro ha succhi gastrici 20 volte più potenti di quelli del nostro stomaco. L’intestino dei carnivori è corto (da 3 a 6 volte la lunghezza del corpo) per liberarsi presto delle scorie residue della carne. Il nostro intestino, analogamente a quello degli animali prettamente vegetariani, è molto più lungo di quello dei carnivori (fino a 12 volte la lunghezza del corpo). Ed infatti dopo un pasto a base di carne le tossine degradative provenienti dal catabolismo delle proteine animali rimangono in circolo per un periodo minimo di circa 142 ore, cioè circa una settimana. [2]

2. L’eccesso di proteine è inutile.

Sul fabbisogno reale di proteine necessario all’uomo esistono dati molto discordanti, che variano da fonte a fonte. Eppure basta considerare che, nei primi mesi di vita, il cucciolo dell’uomo costruisce i suoi muscoli, ossa, tessuti, etc. ad un tasso di crescita così rapido che non eguaglierà in nessun altro periodo della vita. Raddoppia il suo peso della nascita mediamente in 5/6 mesi. E realizza tutto questo soltanto con il latte materno, un alimento che contiene appena l’1% – l’1,5% di proteine. Per inciso, la stessa percentuale di proteine presente nella frutta e nella verdura.

In definitiva nell’alimentazione umana il pericolo non è mai la carenza di proteine (che non esiste e non si verifica nemmeno nei peggiori casi di fame e di carestie), ma l’eccesso delle stesse. Quando si parla di paesi affamati, le carenze sono infatti caloriche, vitaminiche e minerali, mai proteiche. Ed è invece l’eccesso di proteine a flagellare con gravissime patologie le popolazioni dei paesi industrializzati. [3]

3. Il consumo di carne è inutile

Non vi è nessun micro-nutriente utile nella carne che non sia contenuto nella frutta e nei vegetali. Nelle giuste proporzioni, cereali, legumi, frutta fresca e oleosa, ortaggi freschi, verdure, alghe marine e alghe verdi azzurre, germogli, sono in grado di assicurare al nostro organismo tutti i nutrienti necessari.

Persino il rischio di sviluppare problemi di salute a causa di una carenza di vitamina B12 in una dieta vegetariana stretta è estremamente raro, inferiore a una probabilità su un milione. [4]

4. Il consumo di carne è causa di numerose malattie

Da tempo i dati medici ed epidemiologici espongono molto chiaramente che un eccesso di consumo di carni produce malattie cardiovascolari, diabete e tumori.

Gli studi ecologici hanno sistematicamente evidenziato una forte relazione dei principali tumori del mondo occidentale (mammella, colon, rene, ovaie, prostata) con il consumo di carni e di grassi animali [5].

I cibi animali, con il loro apporto di grassi totali, grassi saturi, colesterolo e lo sviluppo di sostanze cancerogene durante la cottura (come le amine eterocicliche) arrecano certamente più danni che benefici all’organismo umano. Il consumo di carne favorisce lo sviluppo di acido solfidrico, che è una delle cause dei danni al colon. Ed infatti nelle culture carnivore occidentali l’incidenza del tumore al colon è dieci volte superiore a quella delle culture vegetariane asiatiche. [6,7,8,9,10]

5. La carne è piena di sostanze chimiche

La maggior parte della carne che arriva sui nostri mercati proviene da allevamenti intensivi. Per evitare che gli animali si ammalino nelle condizioni contro natura in cui crescono, si è costretti a fare un uso massiccio di antibiotici. Inoltre per velocizzare la crescita e massimizzare il profitto, vengono usati grandi quantità di ormoni estrogeni.

La maggior parte dei polli in batteria non ha mai visto la luce del sole e non vede altro che la luce artificiale per 22 ore al giorno. Gli allevatori zootecnici fanno sì che questi pulcini non smettano mai di alimentarsi e somministrano ampie dosi di sali d’arsenico per stimolare la crescita, al punto che in soli 45 giorni raggiungono la condizione di pollo maturo che altrimenti avrebbero raggiunto in non meno di 3 mesi.

Tutte queste sostanze chimiche finiscono nel piatto (e nel sangue) di chi si alimenta con la carne.

6. Gli allevamenti di bestiame distruggono il pianeta

L’allevamento di bestiame per uso alimentare è la principale causa di distruzione delle sempre più ridotte aree di foresta pluviale rimaste sulla terra. In Centroamerica e Sudamerica milioni di ettari di foreste vergini vengono abbattuti per lasciare spazio a pascoli per l’allevamento. Per produrre un solo etto di carne vengono distrutti 12mq di foresta tropicale. Nel 1980 fu stimato che il 72% della deforestazione amazzonica in Brasile era volto a ottenere pascoli per il bestiame.

C’è un altro problema: l’inquinamento che tali allevamenti producono. I liquami di origine animale e vegetale prodotti negli allevamenti hanno un potenziale inquinante molto più elevato di quello dei liquami domestici. Nel Regno Unito nel 1996 hanno infatti causato oltre 200 incidenti di inquinamento dell’acqua. [11]

Per l’allevamento si usano grosse quantità di sostanze chimiche (ormoni, antibiotici, fertilizzanti, diserbanti…) che finiscono nelle falde acquifere, inquinandole.

Un esempio in Italia: nel bacino del Po ogni anno vengono versate 190 mila tonnellate di deiezioni animali contenenti ormoni, antibiotici e metalli pesanti. [12]

L’economista Jeremy Rifkin, rifacendosi ad un rapporto della FAO, ha sottolineato come il 18% dei gas ad effetto serra siano imputabili all’allevamento e in particolare:

il 9% delle emissioni di anidride carbonica

il 65% di protossido di azoto

il 37% di metano.

7. Gli allevamenti di bestiame affamano il pianeta

Per allevare il miliardo e mezzo di capi bovini che oggi è destinato al consumo alimentare, si utilizzano migliaia di tonnellate di cereali e legumi che potrebbero essere utilizzati per l’alimentazione umana. Oggi, circa un terzo della raccolta mondiale di cereali è impiegata come mangime per bovini e altro bestiame d’allevamento, mentre circa un miliardo di esseri umani soffrono per la famee la denutrizione cronica.

E lo stesso accade per il consumo di acqua. Anche se il bestiame utilizza direttamente solo l’1,3% dell’acqua utilizzata in totale in agricoltura, si deve però considerare l’acqua utilizzata per produrre l’enorme quantità di cereali e soia che gli animali consumano. Risulta così che 1 Kg di manzo è stato prodotto impiegando ben 100.000 litri di acqua, cento volte la quantità che serve per produrre un kg di grano. [13]

Come ha osservato il giornalista Mario Tozzi: “per allevare un solo manzo si consuma tanta acqua quanta ne serve per far galleggiare un incrociatore”. [14]

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[1] http://www.veganitalia.com/modules/news/article.php?storyid=1392

[2] Adolfo Panfili in Medicina Ortomolecolare -http://www.aimo.it/

[3] Valdo Vaccaro in: http://www.flipnews.org/italia/underground_3/blog/index2.php?option=com_content&do_pdf=1&id=2466

[4] http://www.drmcdougall.com/misc/2007nl/nov/b12.htm

[5] “La prevenzione alimentare dei tumori”, Franco Berrino – Istituto Nazionale dei Tumori

[6] Carcinogen-DNA adducts in human breast epithelial cells. Environ Mol Mutagen. 2002;39(2-3):184-92.

[7] N-Acetyltransferase-2 genetic polymorphism, well-done meat intake, and breast cancer risk among postmenopausal women. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2000 Sep;9(9):905-10.

[8] Comments on the history and importance of aromatic and heterocyclic amines in public health. Mutat Res. 2002 Sep 30;506-507:9-20.

[9] Effect of NAT1 and NAT2 genetic polymorphisms on colorectal cancer risk associated with exposure to tobacco smoke and meat consumption. Cancer Epidemiol Biomarkers Prev. 2006 Jan;15(1):99-107.

[10] A prospective study of meat and meat mutagens and prostate cancer risk. Cancer Res. 2005 Dec 15;65(24):11779-84.

[11] http://www.ivu.org/italian/trans/ov-animalfarmenv.html

[12] Roberto Marchesini, “Post-Human”, Bollati Boringhieri

[13] – “Water Resources: Agriculture, the Environment, and Society An assessment of the status of water resources” by David Pimentel, James Houser, Erika Preiss, Omar White, et al. Bioscience, February 1997 Vol. 47 No. 2)

- http://www.ivu.org/italian/trans/ov-animalfarmenv.html

[14] http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=4313&ID_sezione=&sezione=

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Scritto da Gian Paolo Vallati

Con tag #Alimentazione

Pubblicato il 24 Agosto 2014

L’Incredibile AIDS

Questo mio lavoro di ricerca, che doveva portare alla realizzazione di un documentario, risale al 2006. Da allora ben poche cose sono cambiate nell’ambito della cosiddetta “ricerca scientifica”

Per questo ho deciso di ripubblicarlo in occasione della giornata mondiale della propaganda e della mistificazione sull’Aids.

Ma nel frattempo, grazie ai siti Luogocomune e Comedonchisciotte che per primi lo hanno pubblicato e a centinaia di blogger che lo hanno riproposto, il documento è stato letto da almeno 50.000 persone. Un piccolo spiraglio di verità, per tutti quelli che non si accontentano della versione avallata dalle multinazionali farmaceutiche

A loro va il mio ringraziamento.

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Quello che i media non dicono sulla “peste del nuovo millennio”

1. Introduzione

2. Perchè il virus

3. Hiv, uno strano tipo di retrovirus

4. Quanto sono affidabili i test di sieropositività?

5. Assenza di correlazione tra sieropositività e malattia

6. Cos’è davvero l’AIDS

7. L’infettività e la trasmissione sessuale

8. Previsioni catastrofiche e statistiche fasulle

9. Catastrofe africana?

10. Terapie che uccidono

11. Il bavaglio all’informazione

12. Il grande affare della cattiva scienza

- Bibliografia

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1. INTRODUZIONE

Questa è la storia vera ed incredibile di una epidemia inventata. Questa è la storia di un colossale affare in cui multinazionali, ricercatori, associazioni e istituti sanitari senza scrupoli hanno utilizzato il terrorismo sanitario al servizio del loro enorme business. E la storia di come, purtroppo, molti esseri umani inconsapevoli siano finiti nella macina, uccisi dalle stesse “terapie” che dovevano curarli.

“Tutti sono pronti a credere che la CIA menta, che il governo menta, che l’FBI menta, che la Casa Bianca menta. Ma che menta l’Istituto di Sanità no, non è possibile, la Sanità è sacra, tutto ciò che esce dagli Istituti Nazionali di Sanità è parola di Dio. Niente fa differenza, nemmeno la storia di come Gallo scoprì il virus, nemmeno il fatto che sia uno scienziato screditato e condannato per truffa. La strategia dell’establishment è sempre la stessa: ignorare. Meglio non rispondere, vuoi vedere che ci si accorge che c’è qualcosa di strano?” Harvey Bialy, microbiologo. 1

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2. IL PERCHÉ DI UN VIRUS

Le malattie infettive costituiscono oggi soltanto l’1% di tutte le cause di morte nel mondo occidentale e ormai le grandi epidemie sono per lo più scomparse. Il merito di questa situazione, che spesso viene attribuito alla medicina, è in realtà dovuto al miglioramento delle condizioni igieniche e alimentari. Ci sono numerosi studi a livello statistico ed epidemiologico che dimostrano come molte malattie (tubercolosi, difterite, polmonite, ecc.) cominciarono a declinare ben prima dell’introduzione di cure efficaci. 2

È cosa ben nota, anche ai non addetti ai lavori, che gli esseri umani e gli animali, sani o malati che siano, convivono da sempre con migliaia di microbi, virus e batteri, in gran parte assolutamente innocui. Alcuni sono addirittura utili, come l’escherichia coli, che colonizza l’intestino e aiuta la digestione. Perfino microbi patogeni provocano malattie gravi solo in individui con il sistema immunitario indebolito. Eppure gli scienziati sono sempre ossessivamente alla ricerca di nuovi virus e batteri, nella speranza di attribuire loro la causa di malattie che ritengono altrimenti inspiegabili. Le conseguenze di questa unica direzione di ricerca spesso sono rovinose perchè ritardano la comprensione della vera causa e determinano la morte di molte persone. In passato lo scorbuto, la pellagra e il beriberi (solo per citare esempi eclatanti) sono state per lungo tempo attribuite a batteri, benché già allora alcuni ricercatori avessero dimostrato che erano dovute a carenze alimentari. Robert William, scienziato a cui si deve la scoperta della vitamina B1, così ha commentato questo atteggiamento dei cacciatori di microbi: “…la batteriologia era arrivata ad essere la pietra angolare dell’istruzione medica. A tutti i giovani medici era stata talmente istillata l’idea che le malattie erano causate da un’infezione, che ben presto venne accettato come assiomatico il concetto che non poteva esserci altra causa”.3

Ma nonostante tutto questo, la memoria di passate epidemie continua a suscitare angoscia e terrore. E poiché il virus è sempre un ottimo mezzo per creare panico, ci sono motivi molto poco nobili per cui ad ogni ipotetica nuova patologia si attribuisce sempre più spesso una genesi virale. Attraverso la paura infatti si possono convogliare immense somme di denaro e indottrinare la popolazione verso le terapie e i comportamenti voluti.

Così, allo stesso modo, comincia l’incredibile storia dell’Aids.

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3. HIV: UNO STRANO TIPO DI RETROVIRUS

A dispetto di ciò che viene costantemente propagandato, la comunità scientifica mondiale non è affatto concorde su questo stranissimo tipo di retrovirus. Non esiste un documento scientifico ufficiale che provi in maniera definitiva che l’HIV sia la causa certa e unica dell’Aids. Perfino sull’isolamento del virus HIV molti scienziati ritengono che la prova definitiva sia tutt’altro che certa e inconfutabile. Le recenti scoperte derivate dal Progetto Genoma Umano hanno peraltro messo in grave crisi il concetto stesso di retrovirus.

Nell’aprile del 1984 il dottor Robert Gallo annunciò in una conferenza alla stampa internazionale di aver scoperto un nuovo retrovirus che aveva chiamato HTLV-III (oggi conosciuto come HIV), e questo era “la probabile causa dell’AIDS”. Lo stesso giorno Gallo presentò il brevetto per un test di anticorpi, ora generalmente riportato come “il test dell’AIDS”. L’annuncio prese di sorpresa persino gli scienziati presenti tra il pubblico. Gallo aveva scavalcato una parte essenziale del processo scientifico: non aveva pubblicato i risultati delle sue ricerche in nessuna pubblicazione medica o scientifica, né li aveva sottoposti al normale processo di revisione tra colleghi prima di essere annunciati al pubblico. Quando alla fine la “prova di Gallo” fu pubblicata settimane più tardi, vennero fuori numerosi problemi. Le procedure di laboratorio che Gallo e i suoi collaboratori utilizzavano per provare l’isolamento vennero osservate soltanto nel 36% dei suoi pazienti di Aids, e soltanto 88% era positivo al test “degli anticorpi HIV”. Inoltre, per assicurare che soltanto i pazienti in AIDS e non l’intero gruppo di controllo risultasse positivo al test degli anticorpi, egli aveva diluito il sangue 500 volte. A diluizioni minori troppi soggetti sani del gruppo di controllo risultavano positivi al test. Questi fatti dovrebbero essere sufficienti a gettare seri dubbi sulle affermazioni di Gallo che egli avrebbe scoperto un nuovo retrovirus come “probabile causa dell’AIDS”. Grazie a questa “scoperta”, Gallo oggi percepisce l’1% dei proventi mondiali derivati dai test HIV. Tutta la carriera di Gallo è costellata di episodi che di scientifico hanno molto poco. Un eccellente elenco di quanto corrotta, ingannevole (e probabilmente perfino criminale) è stata la sua ricerca, può essere trovato nel libro “Science Fiction”, di John Crewdson, un giornalista scientifico del Chicago Tribune. In realtà, tutto quello che aveva scoperto Gallo era una attività enzimatica che lui attribuiva al presunto retrovirus, e le fotografie che mostrò erano di particelle simil-virali senza nessuna prova che fossero virus.4

A tutt’oggi il vero virus non ancora stato isolato, e le foto che vengono spesso mostrate sulle copertine dei giornali sono sempre e soltanto realizzazioni grafiche di fantasia. Eppure, grazie a quella famosa conferenza stampa, da quel momento tutto il mondo ha cominciato a credere che l’Aids fosse dovuto ad un virus. Così è nato il problema HIV e così dal 1984 ad oggi sono stati pubblicati più di 10.000 studi sull’HIV, ma nessuno di questi ha potuto dimostrare in maniera plausibile o provare in modo concreto che l’HIV causi l’AIDS. A tutt’oggi non esiste un documento scientifico ufficiale che fornisca una prova definitiva.

Il premio Nobel Kary Mullis, inventore della PCR (Polymerase Chain Reaction), ha cercato invano per anni questo fondamentale documento. Di conseguenza ad ogni occasione, congresso scientifico, conferenza, seminario o incontro ha interpellato svariati virologi ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come l’HIV provochi l’AIDS. Ma nessuno dei colleghi è mai stato in grado di precisarlo. E neanche Montagnier e Gallo (considerati i massimi esperti mondiali di Aids) sono stati in grado di fornirglielo. Perché non esiste.5

Per mettere una toppa a questa grave carenza, nel 1994 l’Ufficio di Comunicazione del NIAID/NIH, National Institute of Allergy and Infectious Diseases /National Institute of Health, realizzò un documento intitolato : ” La Prova che l’HIV è causa dell’Aids”. È il documento più completo che si conosca che tenta di rispondere all’affermazione che l’HIV non è la causa dell’Aids. Ma questo elaborato, che viene spesso citato come prova definitiva, di fatto non è documento scientifico, come hanno dimostrato in una puntuale confutazione alcuni ricercatori internazionali.6Oltre ad essere un documento anonimo, è infatti seriamente screditato dal mancato rispetto degli standard scientifici e fallisce nel fornire una prova credibile a sostegno del suo assunto fondamentale. Si tratta quindi soltanto dell’ennesimo strumento di propaganda.

Peter Duesberg, membro della prestigiosa National Academy of Science, è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. È uno dei pionieri più prestigiosi tra i dissidenti della ricerca. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv- Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Il primo marzo 1987 sulla prestigiosa rivista Cancer Research comparve un suo articolo in cui affermava che non vi erano prove convincenti del fatto che un retrovirus come l’HIV sia in grado di causare l’AIDS. Da allora Peter Duesberg è uno degli uomini più discussi d’America. Le sue ipotesi e le sue affermazioni sono state di volta in volta definite ‘irresponsabili’, ‘pericolose’, ‘immorali’, ‘dannose’ e perfino ‘criminali’. Per alcuni Duesberg è una ‘minaccia pubblica’, per altri invece un ‘novello Galileo’ in lotta contro l’ottusità dominante. Secondo il direttore dell’autorevole periodico medico The Lancet, Duesberg è “probabilmente lo scienziato vivente più diffamato in assoluto”, per altri addirittura “il Nelson Mandela dell’AIDS, colui che guida la lotta contro l’Apartheid dell’HIV”. Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, oggi è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l’interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” (Nature, 1993)

Dal 1970, anno in cui si ipotizzò l’esistenza dei retrovirus, ne sono stati individuati ed isolati circa 200, tutti assolutamente innocui. Tutti meno quello HIV, che oltre ad essere assolutamente terribile è anche l’unico mai realmente isolato.

Ma sin dal 2001, anno in cui sono arrivati i risultati del Progetto per la mappatura del Genoma Umano è stato chiaro che stava per essere irrimediabilmente buttato a mare il concetto stesso di “retrovirus”. Per comprendere a fondo la questione è necessaria una breve digressione di storia della biologia. La visone accettata sin dagli anni ’50 era che il DNA trascrive le informazioni al RNA, (e mai il processo inverso) attraverso una relazione gerarchica rappresentata dal flusso unidirezionale DNA -> RNA -> proteine. Il RNA (acido ribonucleico), era quindi considerato l’umile messaggero del DNA (acido desossiribonucleico), che governava invece la cellula. Questo era il dato fondante del cosiddetto “Dogma Centrale della Genetica Molecolare”, su cui si è basata tutta la biologia dagli anni cinquanta in poi. Il concetto di “retrovirus” prese forma quando nel 1970 fu scoperto, in estratti di certe cellule, un enzima (denominato poi “transcriptasi inversa”) capace di convertire la molecola di RNA in DNA. I ricercatori, insomma, verificarono che alcuni RNA trascrivevano se stessi “all’inverso” al DNA. Ma (in ossequio al Dogma Centrale) si dissero che qualsiasi cosa causa la trascrizione dal RNA al DNA è da considerarsi eccezionale e deve essere una sorta di contaminazione virale (da cui il termine “retrovirus”). Dunque, negli anni ’70, in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo la attività transcriptasica inversa venisse rivelata si riteneva che i retrovirus fossero presenti. Questo si dimostrò un grave errore, poiché era già noto agli inizi degli anni ’80 che la medesima attività enzimatica era presente in tutta la materia vivente provando così che la transcriptasi inversa non aveva niente a che fare con i retrovirus per sé. 7

La questione è stata ben sintetizzata nel 1998 dal virologo Stephen Lanka: “…studiando la biologia evolutiva trovai che ognuno dei nostri genomi, e quelli delle maggiori piante e animali, è il prodotto della cosiddetta trascrizione inversa: RNA che si trascrive nel DNA. [...] L’intero gruppo di virus cui l’HIV apparterrebbe, i retrovirus [...] nei fatti non esiste per nulla”. 8

Ciò nonostante molti scienziati non tennero conto di questa evidenza e continuarono a lavorare alacremente sull’ipotesi oramai falsificata. Ma gli ultimi sviluppi del Progetto Genoma Umano dimostrano ormai inequivocabilmente che il passaggio da RNA a DNA non è affatto una aberrazione, piuttosto è ciò che potrebbe spiegare la complessità umana. Il DNA sarebbe allora come una sorta di libreria dove il RNA va a prendere le informazioni che gli servono per governare la cellula. Il Dogma Centrale è soltanto una costruzione teorica che non ha retto alla prova dei fatti. Queste recenti scoperte segnano la fine del paradigma HIV/AIDS, e spiegano perché la scienza ha fallito la cura della malattia a dispetto di almeno venti anni di sforzi. Perché se l’ HIV è un retrovirus, la teoria virale dell’Aids è priva di fondamento.

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4. QUANTO SONO AFFIDABILI I TEST SULLA SIEROPOSITIVITÀ?

I test dell’Aids (Elisa e Westernblot) non sono attendibili perché, oltre a non essere precisi, esistono più di sessanta fattori diversi che possono dare dei falsi positivi. I test non sono standardizzati, i risultati variano da laboratorio a laboratorio, le linee guida per la loro interpretazione variano da paese a paese. Inoltre si può risultare positivi al Westernblot e negativi all’Elisa, o viceversa. Due sono le analisi fondamentali per stabilire la sieropositività in una persona: l’Elisa e il Western Blot. Nell’Elisa una miscela di proteine dell’Hiv reagisce con anticorpi nel siero prelevato dal paziente, provocando una variazione di colore nel preparato. Il test Elisa produce fino al 90% di errore in una sola direzione (i negativi li fa diventare positivi, i positivi rimangono tali e quali). Nel WB, le proteine dell’Hiv vengono separate su una striscia di nitrocellulosa. Questo consente una reazione individuale delle singole proteine, che vengono visualizzate con una serie di bande di colore più scuro. L’esame WB viene utilizzato di solito a conferma di un test Elisa positivo, ma risulta altamente impreciso anch’esso.

Prima del 1987 una sola banda Hiv specifica era considerata come prova di un avvenuto contagio, in seguito si venne a scoprire che il 25% degli individui sani – e non a rischio – presentano bande Hiv specifiche e quindi fu urgente ridefinire un WB positivo aggiungendo bande extra e selezionandone di particolari. Ma anche in tal modo i problemi sono sempre presenti: su 89.547 campioni di sangue analizzati, prelevati da degenti non a rischio ed in maniera anonima in 26 ospedali americani, una percentuale del 21,7% dei maschi e il 7,8% delle femmine risultò positiva al test WB. Quindi la correlazione tra anticorpi Hiv e Aids, comunemente accettata dagli esperti, sembra un’invenzione dell’uomo. L’artificiosità di tale relazione è evidente nel dato di fatto che istituti e nazioni differenti stabiliscono come test di sieropositività serie di bande WB diverse. Questo comporta che in Australia un test richiede quattro bande per essere positivo, mentre negli USA ne sono sufficienti due o tre, che siano o meno le stesse bande richieste in Australia. In Africa, addirittura, basta una sola banda. A conti fatti, una persona esaminata ipoteticamente lo stesso giorno nei tre differenti luoghi, può risultare sieropositiva in un paese e sieronegativa in altri. Il sistema di valutazione varia addirittura da laboratorio a laboratorio di uno stesso stato e, nella medesima sede di analisi, anche da un giorno all’altro si possono riscontrare risultati differenti! Uno documentario che la Meditel Produzioni ha realizzato a Londra per la BBC nell’ottobre 1996 mostrò che un campione di sangue fornito da un volontario fu valutato tre volte positivo e due volte negativo nello spazio di un mese.

A rendere la tragicommedia una vera tragedia è la possibilità che ad una o più bande si possa verificare una falsa reattività. La reazione al test, evidentemente instabile, è spesso associata ad un aumento aspecifico delle immunoglobuline, il che si verifica in molte situazioni, come nel corso di malattie autoimmuni, di infezioni croniche, di malaria, di parassitosi, talvolta anche per motivi banali come una vaccinazione antinfluenzale. Sono stati contati circa 60 fattori estranei all’HIV che possono determinare un test positivo. Secondo gli esperti queste reattività vengono innescate da anticorpi non Hiv (che tutti noi possediamo) reagenti alle proteine Hiv. In parole povere, un anticorpo che reagisce ad una determinata proteina non è necessariamente un anticorpo prodotto dal sistema immunitario come risposta specifica a quella certa proteina. E quindi le popolazioni povere dell’Africa, il continente con il maggior numero di casi di sieropositività, esposte ad una miriade di infezioni e che producono moltitudini di anticorpi, avranno una falsa reattività ai test molto più alta che in altri paesi.

La positività ai test ha un valore sostanzialmente nullo perchè: o essa è correlata in modo comunque incompleto a molte malattie, sia immunodepressive che non, anche estranee all’AIDS; o essa è però correlata anche ad un ottimo stato di salute, come dimostrano i milioni di sieropositivi, sanissimi da molto tempo; o essa, sicuramente, non dimostra la presenza dell’HIV o di qualsiasi altro virus; o essa, contrariamente a quanto si è voluto dare a credere, non equivale affatto ad una sentenza di morte: anche le disparate sindromi patologiche definite AIDS possono regredire quando l’organismo del paziente non è molto compromesso. Mentre l’utilità dei test è nulla, il loro danno può essere immenso perchè: o la comunicazione al paziente del risultato positivo al suo test dell’AIDS provoca quasi sempre un grave trauma psichico e può sconvolgere l’intera vita familiare, lavorativa, affettiva e sociale; qualcuno in passati si è anche suicidato. o non di rado la diagnosi di AIDS basata su questi test spinge i medici e il paziente ad intraprendere una terapia con AZT o altri “anti-retrovirali”, che sono pesantemente tossici e producono effetti molto pericolosi.

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5. ASSENZA DI CORRELAZIONE TRA SIEROPOSITIVITÀ E MALATTIA

La grandissima parte dei sieropositivi può vivere una vita assolutamente normale per decine di anni senza riscontrare alcun sintomo di malattia. Alla fine degli anni ’80 venne creato un clima di terrore sostenendo che i sieropositivi fossero dei condannati a morte, destinati a morire nel giro di 18 mesi. Si dava per scontata la corrispondenza tra sieropositività e malattia conclamata, e che lo sviluppo dell’AIDS per i sieropositivi fosse inevitabile e solo una questione di tempo. In seguito si è riscontrato che soltanto una percentuale molto ridotta di sieropositivi sviluppa la malattia, mentre la gran parte dei cosiddetti “infetti” vive bene e a lungo senza mai riscontrare problemi. Eppure si continuarono a definire “malati asintomatici” le persone sieropositive. Da molti anni ricercatori indipendenti (tra cui il prestigioso Gruppo di Perth, in Australia) sostengono che, poiché non è mai stata scientificamente provata la correlazione tra HIV e AIDS e la reale validità dei test, la cosiddetta sieropositività non significhi assolutamente nulla. HIV:

Un grosso problema della teoria dell’AIDS è che i ricercatori non sono stati mai in grado di scoprire nelle persone sieropositive una quantità di virus tale da compromettere la salute. Ed un altro fatto clamoroso è che l’HIV non è citotossico; questo significa che quando il virus si moltiplica non distrugge le cellule presenti, come fanno invece altri virus che distruggono le cellule che infettano. L’eminente virologo Peter Duesberg così commenta questo fatto: “il virus infiltra o infetta un numero molto basso di cellule, appena una su 100mila. Per essere nocivo, per uccidere (…) un microbo deve pur fare qualcosa. Altrimenti è come tentare di conquistare la Cina uccidendo tre soldati al giorno”9 Secondo Duesberg l’HIV si comporta come uno dei numerosissimi innocui microbi di transito sempre presenti nel corpo umano. Ed è esso stesso innocuo. Il fatto che milioni di persone abbiano contratto l’Hiv alla nascita eppure siano adulti sani è l’argomento più significativo, secondo Duesberg, contro l’ipotesi Hiv-Aids, perché dimostra che l’Hiv non può essere un agente patogeno letale.

Per giustificare questo comportamento innocuo del HIV si è trovato l’espediente di definirlo un “lentovirus”, cioè un virus che agirebbe sui tempi lunghi. Tutte le malattie infettive virali, salvo rare eccezioni, hanno una incubazione breve, di pochi giorni o settimane. Invece l’incubazione del virus dell’AIDS è stata calcolata inizialmente attorno ai 18 mesi, per aumentare poi di anno in anno, fino a raggiungere nel 1992, i 10/14 anni. Oggi addirittura si sostiene che l’incubazione arrivi a più di 20 anni (cioè si può tranquillamente convivere con l’Hiv per tale periodo senza avere nessun sintomo di malattia).

La letteratura medica ha registrato finora più di 5000 casi di AIDS sieronegativi (cioè presentano i sintomi ma non vi è presenza di HIV). Ma una peculiarità delle malattie infettive virali è che hanno una causa unica (il virus), e ovviamente non possono verificarsi in sua assenza. Così non c’è varicella senza il virus della varicella, non c’è morbillo senza il virus del morbillo e così via. Di conseguenza in teoria non può esistere Aids senza la presenza del cosiddetto retrovirus HIV.

Eppure…

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6. COSA È DAVVERO L’AIDS

L’Aids, più che una malattia specifica, è una definizione che comprende un alto numero di malattie già conosciute. Queste malattie non sono affatto associate sempre ad immunodeficienza, sono definite AIDS solo se associate ad un test positivo.

Nessuna delle diverse malattie che attualmente definiscono l’AIDS è recente e nessuna si manifesta esclusivamente in persone sieropositive. Di fatto AIDS è il nuovo nome che i CDC (Centers for Disease Control)10 americani hanno dato ad un insieme di affezioni comuni più o meno gravi, tra cui micosi, herpes, diarrea, alcune polmoniti, salmonella, tubercolosi. Se una persona ha la tubercolosi e risulta positiva al test allora “ha l’AIDS”. Se invece ha la tubercolosi ed il test è negativo, allora ha “soltanto la tubercolosi”. È addirittura possibile che venga definito malato di Aids, ( sindrome da immunodeficienza acquisita), chi non ha nemmeno presenza di immunodepressione!

La definizione di AIDS ha subito varie modificazioni, nel 1986, nel 1987 e nel 1993 e ad ogni revisione il numero delle condizioni patologiche ritenuto correlato all’AIDS viene aumentato: attualmente esse sono ben 29, e tutte già conosciute prima dell’AIDS. Esemplare è il caso dell’ultima revisione: Il 1° gennaio 1993 i CDC decisero di includere nella definizione di AIDS non una malattia, ma una condizione. Chi aveva un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) veniva incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Questa ricorrente variazione ha portato ad una continua dilatazione del numero dei soggetti definiti “malati di AIDS”: se, ad esempio, negli Stati Uniti con la definizione del 1986 potevano essere definiti malati di AIDS mille pazienti, con quella del 1987 sarebbero diventati 1.300 e con quella del 1993 avrebbero raggiunto il numero di 2.275.11

Di recente è stata inclusa nell’elenco una nuova patologia tipicamente femminile, il cancro della cervice. Come ha svelato P. Duesberg: “…la ragione di questa aggiunta è solo politica: è stata dichiaratamente inserita per aumentare il numero delle femmine malate di AIDS, creando così l’illusione che la sindrome si stia diffondendo tra gli eterosessuali”.12

Anche qui, come per i test di sieropositività, non esiste un criterio universalmente riconosciuto per la definizione della sindrome. La regola per stabilire cosa sia l’AIDS varia da nazione a nazione: la definizione di AIDS negli Stati Uniti è diversa da quella europea che a sua volta è diversa dalla definizione africana. La WHO, ( World Health Organization)13 in Africa utilizza per definire l’AIDS due definizioni nettamente diverse, nessuna delle quali corrisponde ai criteri utilizzati negli USA o nella UE. Generalmente in Africa non si richiede il test HIV, ma è sufficiente che un paziente presenti tre dei principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (è sufficiente un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. E questo, come si vedrà più avanti, spiega la reale consistenza della presunta “catastrofe africana” .

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7. L’INFETTIVITA’ E LA TRASMISSIONE SESSUALE

Il virologo Peter Duesberg è assolutamente convinto che l’Hiv non sia infettivo. Nel suo libro ” Inventing the Aids virus” (1996), tra l’altro afferma: ” Negli ultimi 14 anni oltre 500.000 pazienti di Aids sono stati curati da un sistema sanitario che comprende cinque milioni di medici, infermieri e ricercatori nessuno dei quali è stato vaccinato contro l’HIV. (…) quattordici anni dopo non c’è neanche un caso nella letteratura scientifica di un operatore sanitario che abbia presumibilmente contratto l’AIDS da un malato. Proviamo ad immaginare come sarebbe la situazione se 500.000 malati di colera, epatite, sifilide, influenza o rabbia fossero stati curati per 14 anni da personale medico e paramedico privo di vaccini e farmaci adeguati… migliaia avrebbero contratto quelle malattie.” A distanza di quasi dieci anni dall’uscita del libro le cose non sono affatto cambiate. Questo, secondo Duesberg, significa una sola cosa: “l’AIDS non è infettivo”.

“Basta un solo rapporto!”. Per anni questo è stato il terribile ammonimento che tutti i mezzi di comunicazione hanno continuamente diffuso. Ed invece la trasmissione sessuale, che secondo gli “esperti” sarebbe il veicolo principale della diffusione del virus, si è dimostrata essere estremamente inefficace, dipendendo anche da più mille rapporti sessuali a soggetto per una reale possibilità di contagio. Nel 1997 un gruppo di studiosi statunitensi14 ha pubblicato i risultati di dieci anni di studi sulla trasmissibilità dell’Hiv tra eterosessuali nel nord della California. Lo studio ha stabilito che la trasmissione da maschio a femmina è estremamente bassa, approssimativamente lo 0.0009 per contatto sessuale, e approssimativamente otto volte minore è la trasmissione da femmina a maschio. Questo significa che una femmina dovrebbe avere almeno 3330 rapporti sessuali per raggiungere il 95% di probabilità di infezione.

Quindi, con la frequenza ipotetica di un rapporto sessuale al giorno, ci vorrebbero 2 anni e due mesi per avere il 50% di possibilità di infezione, e 9 anni per raggiungere il 95%. Nel caso inverso, da femmina sieropositiva a maschio, la trasmissione dell’Hiv richiederebbe almeno 27.000 rapporti sessuali per arrivare al 95% di probabilità di trasmissione (cioè 74 anni di rapporti sessuali giornalieri!). Se davvero la diffusione del virus fosse dovuta al sesso, l’Hiv sarebbe scomparso da tempo. Ed infatti, nonostante l’allarmismo, l’AIDS è rimasto confinato a gruppi in cui sono presenti fattori di rischio ben precisi: a) tossicodipendenti: (circa il 32% dei malati in USA e il 60% in Italia) si tratta di individui che oltre a subire gli effetti negativi dell’eroina, della cocaina, dell’alcool, delle anfetamine e di altre sostanze psicotrope (molte droghe hanno effetto depressivo sul sistema immunitario), si alimentano in maniera scorretta ed insufficiente e sono colpiti in modo più o meno continuo da infezioni multiple. In queste condizioni di vita l’immunodepressione è garantita. b) omosessuali maschi: (circa il 62% in USA e il 48% in Europa) il problema riguarda sopratutto gli utilizzatori sistematici di droghe multiple, cocaina, extasy, alcool, poppers e nitriti assunti per via inalatoria a forti dosi (i nitriti sono sostanze molto reattive, causano immunodepressione, e vengono utilizzati per il loro effetto afrodisiaco e rilassante per la muscolatura sfinterica). c) emofiliaci e politrasfusi (circa l’1% in USA e il 3% in Europa). I carichi di proteine estranee sono essi stessi immunodepressivi sia in emofiliaci sieropositivi che sieronegativi.15

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8. PREVISIONI CATASTROFICHE E STATISTICHE FASULLE

“Entro il 1996, dai 3 ai 5 milioni di statunitensi risulteranno positivi all’HIV e un milione morirà di AIDS” (Antony Fauci, direttore del NIAID – New York Times 14.1.86) “Entro il 1990 un eterosessuale su cinque sarà morto di AIDS” (Oprah Winfrey, The myth of hetherosexual AIDS, 1987) Da anni ormai l’Aids è in costante decremento ed è rimasta una malattia marginale, a dispetto di tutte le previsioni catastrofiche diffuse negli anni scorsi. Come mai allora tutti i mezzi di informazione continuano a diffondere statistiche sempre più allarmanti? È possibile solo a costo di barare sui dati reali, con alcuni piccoli ma efficaci trucchi. Il primo è quello di presentare i dati cumulativi invece che suddividerli correttamente anno per anno. È evidente che se si sommano i dati di venti anni di rilevazioni il numero dei malati conclamati e dei sieropositivi sembra essere sempre in costante aumento. Il secondo è quello di ampliare (arbitrariamente) di quando in quando il numero delle patologie che vengono correlate alla sindrome. Così dal 1° gennaio 1993 chi ha un numero di linfociti T inferiore a 200 (anche se perfettamente sano) viene incluso tra i malati di AIDS. Questo ha fatto sì che il numero di casi di AIDS negli Stati Uniti raddoppiasse artificiosamente nel giro di una notte. Il terzo trucco, il più puerile ma il più utilizzato, è quello di presentare le “stime degli esperti” al posto dei dati effettivamente riscontrati. Le stime, oltre ad essere assolutamente opinabili, sono sempre al servizio del terrorismo mediatico: secondo le stime che venivano presentate dieci anni fa (con previsioni di aumento esponenziale anno per anno) oggi la metà della popolazione italiana avrebbe dovuto essere sieropositiva! La realtà è molto diversa: nel 2004 i sieropositivi in totale sono circa 130.000, che rappresentano meno dello 0,003% della popolazione italiana, mentre i casi di Aids conclamato totali dal 1982 ad oggi sono stati complessivamente 53.686.16

Ma la situazione più inverosimile riguarda l’Africa ed il Terzo Mondo: da molti anni vengono diffuse cifre catastrofiche da parte dell’UNAIDS, l’organizzazione del WHO che si occupa di Aids, che dimostrerebbero una crescita impressionante dell’epidemia. Alla fine del 2004, nel documento denominato “AIDS Epidemic Update 2004″ si è arrivati alla ragguardevole cifra di “39,4 milioni di persone che vivono con l’Hiv – ( ma che potrebbero variare da 35,9 milioni a 44,3 milioni – sic) con un numero di morti di pari 3,1 milioni (ma che potrebbe variare da 2,8 a 3,5 milioni – sic ). Quando si analizza con attenzione questo documento dell’UNAIDS ci si accorge che si tratta soltanto di “…stime basate sulle migliori informazioni ottenibili” (sic). Molte pagine del documento si diffondono su temi come la difesa delle donne dall’Aids (e perché non degli uomini?) o sulla presunta diffusione del morbo in Asia, ma nulla di più su come si arrivi a queste cifre. Null’altro viene detto sul metodo di indagine utilizzato per stabilire i dati (peraltro così incerti). Eppure si tratta del documento ufficiale della massima organizzazione mondiale sull’Aids e su di esso si basa tutta l’informazione che viene diffusa dai media. Nel 1998 la pluripremiata giornalista inglese Joan Shenton, realizzando vari programmi tv sul tema, aveva esaminato criticamente questo sistema di calcolo: “Nei primi anni ’90, il Programma Globale sull’AIDS del WHO (che più tardi venne sostituito dall’UNAIDS) dava impiego fino a 3.000 persone. Essi fornivano continuamente dati molto gonfiati alla stampa, e i rappresentanti ufficiali cominciarono a riportare questi casi stimati di Aids negli incontri pubblici per battere cassa coi finanziamenti, facendo sparire silenziosamente i dati realmente riportati. Mettemmo alla prova questi dati in un meeting alla London School of Hygiene and Tropical Medicine nel 1993, e ci fu una imbarazzata ammissione che quello che loro presentavano come dato di fatto, altro non era che un lavoro di supposizione” (…) “In altre parole, gli africani possono tranquillamente andare a dormire con la consapevolezza che i presunti milioni di conterranei, donne e bambini ammalati di Hiv-Aids sono semplici “calcoli” fatti da un “programma al microcomputer” che usa un “modello di database” preparato dallo screditato e ormai defunto Programma Globale sull’AIDS del WHO. Per fortuna la realtà sul territorio non conferma nemmeno lontanamente l’immagine dell’epidemia”17.Infatti il WHO, attraverso il W.E.R. Weekly Epidemilogical Report, un bollettino settimanale poco pubblicizzato, fino al 2002 diffondeva anche il numero dei casi effettivamente registrati. Così si può verificare che nel 1995, a fronte dei 4,5 milioni di sieropositivi stimati, quelli realmente accertati erano invece 422.735, meno del 10%! Mentre, ad esempio, i casi di AIDS effettivamente registrati in Africa nei dodici mesi dal 1999 al 2000 sono 81.565.18 Davvero poca cosa se si pensa che in Africa vivono 800 milioni di persone e ne muoiono più di 10 milioni all’anno, di cui un milione per malaria. Che abbia ragione il prof. Lugi De Marchi, psicologo clinico e sociale, quando afferma che queste stime vengano ottenute “con quel particolare metodo di calcolo chiamato dati in libertà”?19

Dal 2003 però il WHO diffonde solo le stime, senza fare più menzione dei casi realmente accertati. Viene il sospetto che la discrepanza tra casi veri e stimati sia talmente alta anche oggi che non sia più conveniente pubblicizzare i dati reali per chi ha fatto della lotta all’Aids il proprio business.

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9. CATASTROFE AFRICANA?

L’ultimo dato sui casi realmente accertati di AIDS in Africa è stato diffuso dal WHO nel 2002: corrisponde a 1.111.663 casi totali cumulativi (dall’inizio dell’epidemia ad oggi).20 Ben lontana dalle stime fornite, questa cifra rappresenta comunque un numero consistente di esseri umani. Ci sarebbe da preoccuparsi, se non sapessimo come si arriva in realtà ad ottenere la cifra suddetta.

Come già riferito, l’Aids in Africa non è quasi mai diagnosticata con il test dell’HIV (troppo costosi e non sempre disponibili) ma in base a sintomi clinici. È sufficiente che un paziente presenti tre principali sintomi clinici (perdita di peso, febbre e tosse) più un sintomo minore (anche un prurito generalizzato) per poterlo dichiarare affetto da AIDS. Questo in pratica significa che gli africani che soffrono di malattie da sempre presenti in quelle zone ora sono classificati come vittime dell’AIDS. Così in Africa le statistiche sull’Aids possono essere gonfiate artificiosamente da una definizione capace di raggruppare sotto il suo largo ombrello malattie antiche (come febbre, diarrea, tubercolosi o malaria) cambiandone il nome. Ma le cause di malattia in Africa continuano ad essere la crescente povertà, la malnutrizione, l’inquinamento dell’acqua, la mancanza di igiene. Nei paesi del Terzo mondo si continua, purtroppo, a morire per gli stessi tragici motivi per cui si muore da sempre. Soltanto che ora la maggior parte di questi decessi sono rubricati come AIDS. Per questi problemi storici non viene invocato nessun massiccio aiuto internazionale, preferendo spingere quei programmi “umanitari” che mirano ad assoggettare quante più persone possibile ai farmaci e ai test delle multinazionali occidentali.

Due leader d’un gigantesco programma francese di volontariato sull’AIDS, i coniugi Krynen, dopo cinque anni di permanenza nel presunto epicentro dell’epidemia africana con un’equipe di 150 medici e paramedici europei, hanno smontato totalmente i dati della finta epidemia: “In Africa, politici, operatori sanitari e utenti dei servizi hanno tutto l’interesse a gonfiare i dati della malattia per il semplice fatto che, per chi si occupa di Aids, sono disponibili enormi fondi internazionali”. E continuavano, con un pizzico di humor nero: “Se in Africa sei un semplice affamato, nessuno si occupa di te, ma se sei un malato di Aids 750 organizzazioni assistenziali occidentali e le Nazioni Unite sono pronte a coprirti di cibo e pacchi-dono (…) Il giorno in cui non ci sarà più l’Aids se ne andrà il benessere”21.

Il microbiologo Harvey Bialy ha trascorso otto anni nel continente africano per compiere ricerche scientifiche. In una intervista intitolata significativamente “L’epidemia di AIDS in Africa: un mito tragico” sostiene che non vi è assolutamente nessuna prova convincente che L’Africa si trova nel mezzo di una nuova epidemia di immunodeficienza infettiva, e che sono stai gli ingenti fondi internazionali disponibili per la ricerca AIDS/Hiv ad incentivare medici e politici a riclassificare come Aids malattie tradizionalmente presenti nel continente22.

Per lo studio e la prevenzione dell’AIDS in Africa sono già stanziate risorse enormi rispetto a quelle destinate ad altre malattie veramente pericolose, come la malaria, che nell’Africa sub-sahariana uccide più di un milione di persone all’anno. Il Governo dell’Uganda, che ha potuto investire nel 1993 solo 57.000 dollari nella prevenzione e nel trattamento della malaria, ha ricevuto invece ben 6 milioni di dollari per la lotta contro l’AIDS. Così la presunta “catastrofe” diventa il grande business del secolo ed oggi esistono migliaia di organizzazioni non governative che operano in Africa nel campo dell’Aids: soltanto in Uganda se ne contano più di 700.

I progetti più recenti delle numerose associazioni che prosperano con la lotta all’AIDS in Africa si stanno ponendo l’obiettivo di sottoporre al test Hiv quante più persone possibile. Ma, come già abbiamo avuto modo di chiarire, particolari malattie da sempre presenti nel continente africano possono causare frequentemente una falsa reazione di positività al test Hiv. E perfino la condizione di gravidanza è tra le prime cause (anche in occidente) di falsa positività. A cosa serva allora questo screening di massa, oltre che ad incrementare a dismisura gli introiti delle multinazionali farmaceutiche produttrici del kit, è difficile comprenderlo. Questo non ha scoraggiato le cosiddette “associazioni umanitarie” dall’utilizzare il terrorismo mediatico per reclamare fondi. Una recente, massiccia (e costosa) campagna pubblicitaria della italiana CESVI invitava a donare soldi affermando che “…in Africa una madre su tre è sieropositiva”.

Nel 2000 cinque multinazionali farmaceutiche, sotto l’apparente veste di un progetto umanitario, proposero di abbassare i prezzi dell’AZT e di farmaci analoghi per utilizzarli massicciamente su donne incinte e neonati nei paesi del terzo mondo, per la cura e la profilassi della “infezione da HIV”. Nello stesso anno, alla vigilia del Congresso mondiale sull’AIDS, il presidente sudafricano Mbeki, preoccupato della manovra delle multinazionali, convocò una conferenza di specialisti internazionali per un dibattito aperto sugli effetti tossici dell’AZT e sulle alternative terapeutiche di trattamento dell’AIDS. Tanto bastò a scatenare nei giorni successivi il linciaggio da parte della stampa internazionale. Mbeki venne definito un “pazzo” e un “criminale”. Venne accusato di oscurantismo e superstizione e perfino di attentare alla vita delle popolazioni africane. The Observer, tra gli altri, arrivò a scrivere: “Mbeki lascia morire nel dolore i bambini malati di AIDS”. Eppure tra gli scienziati che aveva invitato alla conferenza c’erano premi Nobel, membri di Accademie delle Scienze, professori emeriti delle diverse discipline scientifiche. Quello che il presidente Mbeki proponeva era soltanto un libero dibattito, un confronto su dati reali, la verifica dell’efficacia di tali farmaci e sulla ben nota gravità degli effetti collaterali. Non accettando supinamente che la popolazione sudafricana venisse sottoposta a dei trattamenti di scarsissima efficacia e di altissima tossicità23, la sua colpa, in sostanza, era quella di aver sfidato il potere dell’uomo bianco e di non essersi piegato agli interessi delle multinazionali farmaceutiche. Per pagare queste cosiddette “cure e profilassi” si prospettava tra l’altro un indebitamento del Sudafrica di un miliardo di dollari verso la Banca Mondiale. La conferenza fu, come temuto dagli “ortodossi”, un momento di reale informazione, che permise a tutti gli scienziati dissidenti di esporre le loro tesi e mettere in grave crisi il dogma Hiv-Aids. E di fermare l’utilizzo dell’AZT nei paesi africani. Ma ancora oggi, nonostante le sue resistenze si siano rivelate oltremodo sagge e ragionevoli, il linciaggio mediatico nei confronti di Mbeki continua.

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10. TERAPIE CHE UCCIDONO

Grazie al terrore creato intorno alla malattia sin dal suo apparire, è stato possibile far accettare la somministrazione di farmaci altamente tossici, che hanno portato benefici solo alle multinazionali che li producono. Nessuno dei sieropositivi rimasti sani per molti anni ha assunto questi farmaci (se non per sospenderli presto), mentre chi li ha presi per lunghi periodi sta male o è morto. Il famoso cestista Magic Johnson, e molti altri come lui che hanno rifiutato di curarsi con l’AZT e i farmaci retrovirali, sta benone, nonostante sia stato dato per spacciato vari anni fa.

Sintetizzato sin dal 1964 come farmaco antitumorale, l’AZT rimase accantonato per 20 anni poiché si constatò sperimentalmente che le cavie leucemiche trattate morivano in numero maggiore di quelle non trattate. Data la sua elevatissima tossicità è impiegato come base per il veleno per topi! Ma nel 1984 la Wellcome, società che lo produce, lo tirò fuori di nuovo e, grazie al terrore ormai dilagante, riuscì a farlo approvare in gran fretta come farmaco anti-HIV. Molti scienziati del gruppo dei “dissidenti” sin dall’inizio della “epidemia” hanno lanciato l’allarme contro il suo uso, che è molto più pericoloso della sindrome stessa. Ben sei studi indipendenti hanno provato una tossicità del farmaco 1000 volte superiore a quella dichiarata dalla Wellcome. Il più grande studio mai effettuato sul farmaco, per numero di pazienti e durata, fu il “Concorde Trial”, i cui risultati nel 1994 dimostrarono inequivocabilmente che tra i pazienti trattati non si verificava nessun beneficio, ed anzi si constatava un numero maggiore di decessi rispetto ai pazienti non trattati.24 Tra le conseguenza della somministrazione di AZT ci sono: distruzione del sistema immunitario, distruzione del midollo osseo, distruzione dei tessuti e della flora batterica intestinale, linfoma, atrofia dei muscoli, danni al fegato, al pancreas, alla pelle e al sistema nervoso. Se una persona sana venisse sottoposta ad un trattamento continuativo con AZT in pochi mesi subirebbe effetti devastanti, simili a quelli dell’AIDS conclamato, fino ad arrivare ad un tasso di mortalità prossimo al 100%. Eppure, grazie alla strategia del terrore, questo farmaco così tossico, cancerogeno e privo di effetti benefici continua ad essere somministrato. Così la Wellcome (casa farmaceutica produttrice) ne ha venduto 0.9 tonnellate nel 1987, è passata a 44.7 tonnellate nel 1992, ed il suo profitto lordo cresce in maniera esponenziale di anno in anno.

Definiti miracolosi dai media, in realtà i benefici clinici di questi farmaci non sono a tutt’oggi ancora stati provati. Mentre la lista degli effetti collaterali aumenta progressivamente, insieme al numero di insuccessi – che vanno dalle deformità fisiche alle morti improvvise – testimoniando una realtà completamente diversa. E lo stesso scienziato che li ha ideati, il dott. David Rasnik, sostiene che ci sono forti dubbi sull’efficacia clinica di tali farmaci25.

Per evitare questi effetti devastanti, in tempi più recenti si è suggerito di utilizzare l’azione combinata di più farmaci a dosaggi più bassi (il cocktail HAART). Questo ha portato ad ampliare in maniera considerevole il numero dei pazienti, o dei cosiddetti “malati asintomatici” che possono essere a lungo sottoposti a tali “terapie”. Con vantaggi evidenti per le case farmaceutiche che invece di farsi concorrenza possono spartirsi una torta ancora più grande, coinvolgendo nella cura anche persone che stanno benissimo.

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11. IL BAVAGLIO ALL’INFORMAZIONE

Tutte queste cose, benché sconosciute al grande pubblico, sono ben note nell’ambito degli addetti ai lavori. Ma una cortina di ferro è stata messa a protezione del castello per non farle conoscere alle masse, che devono continuare ad essere indottrinate verso il dogma ufficiale. Così, quei pochi e valorosi giornalisti che hanno provato a dare voce agli scienziati del dissenso ben presto hanno dovuto fare i conti con una censura feroce, che ha pochi eguali nel mondo contemporaneo. Celia Faber, giornalista statunitense, è stata tra le prime ad affrontare l’AIDS dal punto di vista “eretico”. In un’intervista a Massimiano Bucchi ha dichiarato di avere incontrato “…difficoltà pazzesche. (…) hanno cercato di farmi fuori in tutti i modi. La mia carriera giornalistica è stata duramente segnata da questa storia. Ho avuto minacce da Act Up 26 , ci sono stati articoli terribilmente offensivi nei miei confronti da parte del “Native” 27 . Fin dall’inizio i boss dei NIH28mi hanno detto chiaramente che mi avrebbero impedito di intervistare i loro ricercatori per via di quello che avevo scritto”29. Neville Hodgkinson è giornalista del Times ed esperto scientifico del Sunday Times. Dopo i primi articoli in cui fu sostenitore della teoria dominante, enfatizzando i rischi della diffusione del virus, si rese conto che le statistiche reali mostravano “…che non c’era traccia dell’esplosione dell’Aids che era stata annunciata”. Così cominciò a considerare il punto di vista di Duesberg e dei vari dissidenti. Scrisse un lungo articolo che riportava le ipotesi di questo gruppo di scienziati: ” riuscimmo ad inserire un richiamo in prima pagina e di nuovo le reazioni furono isteriche (…) nessun argomento scientifico, solo cose del tipo «perché infastidite i vostri lettori con teorie non dimostrate quando c’è una grande emergenza in corso per la salute pubblica» – ma nulla che rispondesse alle osservazioni dettagliate che Duesberg e gli altri facevano”. Sulla base delle successive esperienze di censura e attacchi personali oggi Hodgkinson dichiara: ” Non credevo che si potesse essere così odiati solo per aver scritto delle cose o aver riportato le opinioni di scienziati che fino al giorno prima tutti ritenevano dei luminari. (…) Ad un convegno dove la mia casa editrice aveva chiesto l’autorizzazione per presentare il libro, uno scienziato si è fermato al nostro tavolo e ha detto ad un collega che lo accompagnava « se vedi in giro copie di questo libro in libreria o altrove, prendilo in mano e sputaci dentro in modo che nessun altro possa acquistarlo o leggerlo ». Non pensavo che degli scienziati, delle persone che dovrebbero essere aperte al confronto e alla libera espressione, potessero arrivare a tanto”.30

John Maddox, direttore di “Nature”, rivista scientifica custode dell’ortodossia, nel 1991 fece intravedere piccoli spiragli di apertura verso il gruppo dei dissidenti riunito sotto l’etichetta “Rethinking Aids”, pubblicando un articolo intitolato “La ricerca sull’aids messa sottosopra”31, in cui si facevano piccole concessioni alle ragioni degli “eretici”. Le reazioni degli scienziati ortodossi furono durissime, e benché nessuno portasse argomenti scientifici ma solo i consueti anatemi terroristici e invettive personali, Maddox si trovò costretto, nei mesi successivi, a rimangiarsi tutto, fino ad affermare che non bisognava più dare spazio alle opinioni di Duesberg (principale esponente del gruppo “Rethinking Aids”). Sulla questione due sedicenti scienziati italiani scrissero un articolo sulla stessa rivista sostenendo che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” .32

Da quel momento è scattata la censura sulle riviste scientifiche per ogni punto di vista alternativo (pur se documentatissimo e difficilmente confutabile). Semplicemente ogni ipotesi alternativa non doveva esistere. Oggi, anche se le previsioni dei dissidenti sono sempre più confermate, quasi tutta la stampa sembra essere allineata al dogma dominante. Ai pochi giornali e giornalisti che accettano le teorie alternative sull’Aids, l’unica possibilità rimasta è quella del silenzio, e non fungere da cassa di risonanza per le ormai screditate tesi dell’establishment medico dominante.

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12. IL GRANDE AFFARE DELLA CATTIVA SCIENZA

La vicenda dell’AIDS è davvero speciale perchè mai nella storia della medicina così tanto denaro è stato riversato su una singola malattia. Di anno in anno le somme raccolte per la lotta all’AIDS si moltiplicano, fino ad arrivare alla cifra di 6,1 miliardi di dollari solo nel 2004. 3334.

Con 100 miliardi di dollari già spesi nei soli Stati Uniti, è la più grossa impresa industriale, vicina a quella del dipartimento della Difesa. La vendita dei test HIV è diventata una fonte di immensi guadagni. Molti scienziati coinvolti nella ricerca sull’AIDS possiedono società che vendono test e hanno milioni di dollari in partecipazioni societarie. L’AIDS per questi individui è un affare estremamente remunerativo. I ricercatori e i medici che hanno carriere e stipendi legati al virus sono circa 100.000, in buona parte americani. I bilanci delle multinazionali del farmaco si accrescono di alcuni miliardi di dollari all’anno con la vendita dei farmaci antiretrovirali e dei test HIV. Organismi come USAID (U.S. Agency International Development), UNAIDS (United Nations AIDS program), WHO, ricevono stanziamenti annuali di centinaia e centinaia di milioni di dollari per combattere l’AIDS. Più di 1000 organizzazioni umanitarie raccolgono in totale centinaia di milioni di dollari all’anno per aiutare i malati di AIDS. Il problema non è quindi la crescita dell’AIDS, ma, per quanto paradossale e grottesco possa apparire, l’esatto contrario, la sua eventuale scomparsa. Sono ormai così imponenti gli interessi economici politici e burocratici legati al virus HIV che la sua morte prematura potrebbe sconvolgere parecchi equilibri. Così è una tragica ironia che proprio David Rasnik, scienziato che ha ideato gli inibitori della proteasi usati per la cura dell’AIDS, abbia dichiarato nel 1997: “Come scienziato che ha studiato l’AIDS per 16 anni, ho stabilito che l’AIDS ha poco a che fare con la scienza e che, fondamentalmente, non è nemmeno una questione medica. L’AIDS è un fenomeno sociologico tenuto in vita dalla paura, creato da una sorta di “maccartismo medico” che ha violato e mandato in rovina tutte le regole della scienza e che ha imposto a quella fascia di pubblico più vulnerabile una miscela di credenze e pseudoscienza” E la giornalista Joan Shenton ne ha spiegato i motivi : ” Quello che ho imparato in questi anni è che la comunità scientifica non è più libera. Oggi la scienza può essere comprata e le voci individuali di dissenso facilmente ridotte al silenzio a causa delle enormi somme di denaro convogliate nel proteggere l’ipotesi prevalente, per quanto sbagliata possa essere. La politica, il potere e il denaro dominano il campo della ricerca scientifica cosi estesamente che non è più possibile sottoporre a verifica una ipotesi divenuta dogma.” Su questo aspetto della cattiva scienza dell’AIDS malata di denaro, ci piace chiudere col sarcastico commento del premio Nobel Kary Mullis : “Un altro segmento della nostra società così pluralista – chiamiamoli medici/scienziati reduci dalla guerra perduta contro il cancro, o semplicemente sciacalli professionisti – ha scoperto che funzionava. Funzionava per loro. Stanno ancora pagandosi le loro BMW nuove con i nostri soldi”

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L’Autore desidera ringraziare tutti i ricercatori che hanno messo a disposizione il frutto del loro lavoro, (in particolar modo il virologo triestino Fabio Franchi) e che spesso hanno visto le loro carriere troncate dalle loro affermazioni.

COPYRIGHT – Il presente scritto è riproducibile in rete, in tutto o in parte, purchè non venga modificato e ne vengano sempre citati la fonte e l’Autore.

RIFERIMENTI

1 Intervista a Luca Rossi in “Sex Virus” – Feltrinelli

2 cfr. tra gli altri : T. McKeown – The Role of Medicine. Dream, mirage or nemesis? 1976,

T. P. Magill -The immunologist and the evil spirits – 1955 Journal of Immunology,

3 riportato in “Inventing the Aids Virus” Peter Dueberg – 1996

4 E. Papadopulos- Eleopulos et al. “Has Gallo proven the role of HIV in AIDS?” 1993

5 Cfr. “Ballando nudi nel campo della mente” di K.B. Mullis – Baldini e Castoldi, 2000.

6 “Rebuttal to the NIAID/NIH document” – Robert Johnston – co-fondatore di HEAL – Toronto; Mattew Irvin – co-fondatore di HEAL – Washington DC; David Crowe – presidente di Alberta Reappraising Aids Society

7 F. Franchi, “Alla ricerca del virus HIV”, in Leadership Medica – 1997

8 Intervista a Stephen Lanka, di M. G. Conlan in Zengers Magazine – San Diego – October 1998

9 “Does HIV cause Aids? The Duesberg critique” – K.L. Billingsley, in Heterodoxy, febb. 1993

10 ” Centers for Disease Control” Centri per il controllo delle malattie

11 F. Franchi, L. De Marchi “AIDS, la grande truffa” – ed. Seam 1996

12 “Inventing the AIDS virus”, P. Duesberg – 1996

13 World Health Organization – Organizzazione Mondiale della Sanità

14 Padian et al. – 1997

15 “AIDS, la grande truffa”, cit.

16 Aggiornamento 2004; Commissione Nazionale per la Lotta contro l’AIDS – Ministero della Salute

17 “Are 26 million Africans dying of AIDS?” – Joan Shenton 1998

18 W.E.R. n. 47 -26 november 1999, e W.E.R. n. 47 – 24 november 2000

19 F. Franchi, L. De Marchi “AIDS, la grande truffa” – ed. Seam 1996

20 – W.H.O. Weekly Epidemiological Report – n. 49, 6 dicembre 2002

21 riportato in “AIDS, la grande truffa”, cit.

22 “How Africa became the victim of a non-existent epidemic of Hiv/Aids” – intervista di N. Hodgkinson

23 che proprio per questo motivo in Occidente stanno per essere accantonati

24 Concorde Coordinating Comittee, in Lancet, n. 343, 1994

25 Physician Desk Reference, 1994

26 Organizzazione gay negli U.S.A.

27 Giornale gay di New York

28 National Instutute of Healt

29 M. Bucchi – La scienza imbavagliata – ed. Limina 1998

30 riportato in “La scienza imbavagliata”, cit.

31 in “Nature”, 353, 1991

32 L. Checo Bianchi e G.B. Rossi in Nature, 362, 1993

33 dato fornito dal WHO, in ” AIDS Epidemic Update 2004″

34 Kary Mullis, “Il caso non è chiuso” – in “Ballando nudi nel campo della mente”, cit.

Teorie alternative sull’AIDS – bibiliografia ragionata

o INVENTING THE AIDS VIRUS (AIDS il virus inventato) Peter H. Duesberg – Ed. Baldini & Castaldi

Peter Duesberg è docente di biologia molecolare e cellulare presso la University of California a Berkeley, oltre ad essere un pioniere nella ricerca dei retrovirus e il primo scienziato ad aver isolato un gene del cancro. Gli ingenti finanziamenti di cui disponeva come ricercatore di fama mondiale gli sono stati drasticamente ridotti quando ha cominciato a mettere in dubbio il dogma Hiv-Aids e la teoria della trasmissione sessuale del morbo. Nonostante le sue previsioni trovino sempre più conferme a livello epidemiologico, è stato emarginato da una comunità scientifica che ha tutto l’interesse a perseguire una strada ricchissima di finanziamenti. Le sue tesi non sono ancora state confutate, mentre alle sue domande ed obiezioni si è risposto che: “…dovrebbe essergli impedito di parlare in televisione. Sì, una linea auspicabile sarebbe quella di impedire i confronti televisivi con Duesberg” (Nature, 1993)

o La rivoluzione silenziosa della medicina del cancro e dell’AIDS Heinrich Kremer – Macro Edizioni

Con questo libro il dott. Kremer, medico di fama internazionale, propone la sua tesi sull’HIV, e lo fa in modo scientificamente verificabile. Egli ritiene sbagliata l’opinione “scientifica” secondo la quale un virus misterioso, fino ad ora non isolato da nessuno, causa la malattia denominata AIDS, e in questo suo lavoro dimostra la inaffidabilità di queste tesi.

o BALLANDO NUDI NEL CAMPO DELLA MENTE Kary Mullis, – 2000, Baldini & Castoldi

Uno scienziato geniale quanto atipico: il Nobel, conquistato in età relativamente giovane, gli ha consentito di dedicarsi con maggiore assiduità al suo hobby preferito, il surf tra le onde dell’oceano. Tra i vari capitoli del suo libro c’è l’appassionata difesa di Peter Duesberg nella lotta contro l’establishment dell’Aids.

o LA SCIENZA IMBAVAGLIATA Eresia e censura nel caso AIDS Massimiano Bucchi – Edizioni Limina

Cosa è successo a tutti quegli scienziati (tra cui alcuni premi Nobel, grandi virologi internazionali, ricercatori di fama mondiale) che hanno provato a dissentire sull’ipotesi dominante nel campo dell’aids? In questo scorrevole pamphlet Bucchi ci racconta come chiunque abbia dissentito, sottolineato contraddizioni e palesi falsità, sia stato messo all’indice, privato della parola, licenziato, emarginato, ricorrendo spesso all’insulto personale, alle minacce, all’isteria. E come i media abbiano ampiamente avallato questo sistema di censura della verità.

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Scritto da Gian Paolo Vallati

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