Cancro e psiche: davvero Hamer ha scoperto qualcosa?

Pubblicato il 17 Ottobre 2016

Hamer

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Ogni volta che si ha a che fare con qualche fedele seguace di Hamer si viene investiti da un frasario ricorrente che può essere condensato in pochi concetti fideistici: “Hamer ha scoperto l’origine psichica del cancro”, “Hamer ha capito l’importanza del conflitto e del trauma nella malattia”. Secondo i suoi seguaci, Hamer sarebbe una specie di genio che è arrivato a illuminare un mondo meccanicistico, quello della medicina, dove la psiche non era mai stata considerata.

La realtà, come sempre, è leggermente diversa.   

Dell'origine psicosomatica dei tumori, dovuta a traumi, lutti e gravi conflitti non risolti, ne parlava sin dagli anni ‘20 del secolo scorso il medico e psicologo C. G. Jung, sostenendo che l’ipotesi meritasse di essere approfondita.

Ma già Platone sosteneva che “è follia voler curare la malattia senza considerare l’anima” e prima ancora la Medicina Tradizionale Cinese, antica di 5.000 anni, sosteneva che ogni organo è strettamente legato ad una emozione, (il fegato alla rabbia, i reni alla paura, i polmoni alla tristezza, ecc.), e che ogni emozione repressa o vissuta in maniera eccessiva contribuisce a far ammalare l’organo corrispondente.

Per tornare ai giorni nostri, nel 1962 il grande anatomopatologo italiano L.O. Speciani fu tra i primi ad esplorare diffusamente l’ipotesi di una genesi psicosomatica nel cancro. Da allora decine di studi scientifici in tutto il mondo sono andati nella stessa direzione, con risultati promettenti e sviluppi interessanti.

Le ricerche di L. LeShan e poi di Baltrusch, Kissen, Booth e molti altri, sin dagli anni ‘70 identificarono il profilo psicologico tipico del paziente canceroso: inibito, depresso, iperconformista, incapace di esprimere rabbia o ansietà. Lo psichiatra C. Bollas coniò il termine “normopatia” per definire questi atteggiamenti psichici che sono spesso preludio di malattie organiche.

In seguito Bahnson e Grossarth-Maticek evidenziarono in ogni malato di cancro una serie di disturbi della prima infanzia, disaffezione o rigidezza da parte delle figure genitoriali. E poi gli studi statistici di Solomon (1972) di Tennat e Andrews (1976), di Rees (1975) e diversi altri, evidenziarono la stretta relazione tra emozioni, stress, lutti e malattie organiche, che si associavano ad un calo del sistema immunitario e alla sua capacità di fronteggiare il cancro.

Alla fine degli anni 80 il medico e psicoterapeuta tedesco R. Dahlke scrisse due libri di grande successo, “Malattia e Destino” e “Malattia linguaggio dell’anima”, in cui mostrava tutte le connessioni tra traumi e conflitti psichici e malattie organiche. Tradotti in molte lingue, questi testi rappresentano ancora oggi una pietra miliare nella comprensione degli aspetti psichici di ogni malattia, cancro compreso.

Negli anni seguenti, fino ai giorni nostri,  gli studi sugli effetti dello stress, dei traumi e delle emozioni sul sistema immunitario e di conseguenza su molte malattie, cancro compreso, si sono moltiplicati, tanto che elencarli qui richiederebbe ben più di una pagina. 

Voglio solo citare il contributo di un importante scienziato, il prof. Mariano Bizzarri, medico oncologo e ricercatore all’università La Sapienza di Roma, che nel 2000 pubblicò “La Mente e il Cancro”, un testo fondamentale in cui si analizzavano le strettissime connessioni tra emozioni e sistema immunitario, ipotizzando una genesi psichica del cancro e la sua possibile guarigione attraverso un uso consapevole della mente.

Insomma, nella storia della medicina non mancano di certo studi sulle relazioni tra la psiche, i suoi traumi e l’insorgenza della malattia cancerosa.

Questa mole di studi e ricerche era la premessa per lo sviluppo di una medicina integrata, che considerasse l'essere umano nella sua totalità di corpo, psiche e anima. E di una cura del cancro che lavorasse contemporaneamente su questi tre livelli.

E invece, buon ultimo, è arrivato Hamer che, ignorando o rimasticando malamente gli studi precedenti ha creato una sorta di religione ottusa, piena di dogmi e regolette, tanto puerili quanto semplici da applicare. Un facile prontuario con cui tutti possono fare un'anamnesi senza bisogno di studiare i complessi e spesso contorti meccanismi della psiche umana. Forse è per questo che Hamer ha ottenuto così tanto seguito, tra persone comuni e perfino tra gli operatori sanitari. 

Se invece di proclamarsi autore di strabilianti scoperte avesse avuto l’umiltà di inserirsi nel solco delle centinaia di studi e ricerche sull’origine psichica del cancro, avrebbe potuto essere una ulteriore voce e apportare un suo contributo alla comprensione di questa malattia. Ma la sindrome del genio incompreso è una tentazione troppo forte per molti, troppi drop out della medicina. E la voglia di scandalizzare e di ergersi a martiri più forte del desiderio di essere utili.

La grave colpa di Hamer, e dei suoi seguaci, è di aver ridicolizzato il ruolo della psiche in oncologia, contribuendo a banalizzare una visione psicosomatica della malattia che era, ed è, complessa, ricca e potenzialmente molto produttiva. Se oggi l’establishment delle “terapie ufficiali” può ancora permettersi di ignorare o screditare l’ipotesi psicosomatica del cancro è anche grazie alle cialtronerie di chi gliene ha offerto l’opportunità su un piatto d’argento.

 

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